VOCE ISONTINA – anno 1981

 

( 1 ) VOCE ISONTINA – N.19 – del 9 maggio 1981 

Ricordi e vicende- Storie di una volta
di Luigi Visintin
Narrare del tempo passato è un’impresa ardua e difficile perché i fatti accaduti si legano involontariamente alla persona che li ha vissuti e quindi si può scivolare in una cronaca quasi personale, il che se non travisa troppo i fatti ,li può involontariamente smorzare, rendendoli almeno in parte vacui.
Mi sforzo, pertanto, di descrivere quello che ho visto, sentito e chiesto poi, allo scopo di dare un’immagine virtuale del nostro piccolo mondo, di quell’ormai lontano tempo.
Piazza De Amicis (già del Corno ) da dove si dipartono le vie Silvio Pellico ( dal 1915 al 1918 via Prinz Eugen ), via Formica ( Borg Fasuli ), via S. Antonio oggi del Santo, via Carducci chiamata anche via dei Signori, via del Corno oggi via Balilla e già VIII distretto urbano, con le diramazioni di via del Corno, largo Nicolò Pacassi, e l’entrata del rione in salita del Ghetto ( VII distretto urbano o via Ascoli ) era la corte dei miracoli della giovinezza, dove , in una atmosfera tridimensionale di evo antico ,medio e moderno e trilingue, di razze diverse, si è svolto la nostra breve esistenza dalla prima infanzia alla adolescenza. E’ il tempo che precede lo scoppio della guerra fra l’Austria-Ungheria e l’Italia nel maggio 1915,quando la vita del sogno patriarcale cessò definitivamente insieme anche all’evo moderno, per aprire in altro, quello della cosidetta era “ atomo-austronautica” ed oggi ancora un’altra, quella “ psichedelica”.
Ma i podromi erano già iniziati nel giugno 1914 con l’assassinio di Sarajevo e lo scoppio della prima guerra mondiale che causò la partenza di tutti gli uomini validi del nostro e degli altri rioni per i campi di battaglia della Galizia orientale e della Serbia, da dove molti non tornarono più, dispersi o finiti nelle paludi della piatta pianura galiziana o congelati sui monti Carpazi. Fra i primi ricordo il pittore Pertot del 27 reggimento Land wehr e il “ Gabela “ di cui non rammento il nome, ma che conoscevo perché attraversava il Ghetto dove abitava, facendo tintinnare la sciabola sul marciapiede , tanto che al suo passaggio tutti dicevano : è il “dragone Gabela “ perito nell’ultimo grande combattimento fra le cavallerie austriaca e russo-cosacca.
Tali rioni, erano popolatissimi ed abitati per la maggio parte da proletari: l’attività artigianale era intensissima.
Ma la vita ferveva specialmente nei giorni di mercato, con l’afflusso, come del resto avviene anche oggi, di gente dei paesi sloveni del circondario e delle montagne limitrofe: da Gargaro, Cepovan , dall’altipiano della Bainsizza , da Ternova , da Canale ecc.
Tutti facevano buoni affari, vitelli, legna, pelli, frutta e………molte bevute nelle osterie dei detti rioni, circa dieci, e nei caffè. Famosa la dismessa osteria “ Ta busa “ ( nel buco ) di Nutili Ciuffarin con l’adiacente caffè Aurora del Michelazzi.
La prima “ uscita nel mondo “ per noi misterioso, avvenne durante la prima infanzia per recarci dal rione , dove abitavamo in Riva Corno ( VIII distretto urbano e capo sestiere il signor Edoardo Perinzig , pellicciaio, poi il pizzicagnolo signor Zollia ) all’asilo d’infanzia di via S. Giovanni , diretto dalla maestra signora Braunizer.
Si doveva passare accanto alla tintoria di Giacomo Clede, detto “ Barba Jacum” clarinetto della banda cittadina. “Barba Jacum” stendeva i tessuti, da lui tinti in una grande caldaia al n. 3 di Riva del Corno ( dove durante la guerra del 1915 , esisteva un deposito di mine per i Minenwerfer) su dei grandi tavoloni adagiati lungo i muri della strada e che egli fissava con dei chiodini. Noi ragazzi, passando, asportavamo qualche chiodo ed allora, a causa anche del vento, si assisteva ad un gran svolazzare di panni in aria.
Il signor Clede una volta decise di riunire i più grandicelli pregandoli di vigilare le sue tavole con la promessa di ricompensarci con due soldi alla settimana( quattro centesimi ) che lui definì “ la porca paia “. Nessuno si azzardò a continuare con i dispetti , ma anche la paga, perché nessuno ebbe il coraggio di andare a ritirarla.
Accanto a questa casa, sempre in riva del Corno, c’era la casa del signor Tumini, detto il “ mestri Pepo murador” , sempre pronto a minacciarci con il bastone a causa del baccano che facevamo e dei sassi che lanciavamo, rompendo qualche volta i vetri.
Al piano terra abitava “ la vecia Jugula” morta ultranovantenne di crepacuore il 9 agosto 1916 , alla vista del nipotino di appena dodici mesi ucciso da una granata scoppiata nella nostra cucina, dove fu ferito lo scrivente e la nonna che lo teneva in braccio. La signora era anche la madre del postino Antonio Periz, detto “ Toni moro “, il quale , come allora si usava, portava la posta due volte al giorno e di una numerosa prole di discendenti detti “ Juguli” da giugulo, giugulare in quanto erano cantori e provenivano dal rione del castello.
La “ vecia Jugula” , Orsola Periz , sosteneva di discendere dal casato dei baroni Peteani di Cormons e di essere stata inoltre al servizio del conte di Chambord ( Carlo X di Francia ) e alle dipendenze dell’ultimo dei Borboni in esilio a Gorizia e sepolti alla Castagnavizza – la Saint Denis dell’esilio –Enrico V re di Francia e di Navarra.
Dopo la morte dell’ultimo, la signora riceveva una pensioncina e, a ogni Natale e Pasqua, anche un regalo da Firenze dove risiedeva una discendente di quella casata reale.
(continua)

LV 1
fonte : articolo corrispondente

——————

Archivio e fonte

BSI- Coll. GRC GIOR 97 anno 1981

BPG- Coll. Raccolta articoli da giornali – busta 536

——————————————————————————————————–

( 2 ) VOCE ISONTINA – N.21 – del 23 maggio 1981 

Storie di casa nostra- Gorizia allo specchio
di Luigi Visintin

Prima di descrivere le persone e l’ambiente di quella via plurinazionale, che era la via Ascoli e che dovevamo percorrere prima di arrivare all’asilo di via S. Giovanni presso la scuola popolare e cittadina femminile, dobbiamo aggiungere che la Riva del Corno era popolata da ancora altri personaggi originali con i loro soprannomi.
Scomparso il “barba Jacum”- Clede -,subentra nell’attività tintoriale un certo Sburlino della provincia di Udine ,il quale allo scoppio della guerra con l’Italia, dovette rimpatriare come tutti i cosidetti ” regnicoli”. Prima di partire, disse ai conoscienti che sarebbe presto ritornato fra pochi giorni, dietro l’esercito italiano, cioè appena fumato questo pacchetto del biondo tabacco Herzgowina, mostrandolo ai presenti, Quella fumatina durò: tre anni!
Sopra l’abitazione della vecia “ Jugula” abitava la siora Sesa Scumina, detta la “ scovula “ ( scoppina) , il cui marito , lavorava nella fabbrica di carta di Podgora. Era buona e cattiva insieme, perché qualche volta ci minacciava ed un’altra ci regalava dei fogli di carta dai bellissimi colori, con i quali facevamo delle catenine per i cervi volanti, o draghi, come noi li chiamavamo mandandoli in alto trasportati dal vento.
Giù per la Riva costeggiando lo sbocco del tunnel del Corno ed alla destra dopo la casa Perinzig c’era il deposito vendita legno e carbone del “ mokar “ e di sua moglie la “ mokaar” o carbonaria,Luigia Plasnicar, il cui figlio Raffaele, seminarista fu ucciso dal fulmine in via Camposanto, nel tratto che va oltre la ferrovia, oggi in Jugoslavia, l’Eryavci Drevored. L’altro figlio Lojze era sergente austriaco ( Feldwebel ) e fu ferito gravemente per il suo spericolato coraggio che rasentava l’incoscienza, nelle trincee di Oslavia nel 1915.
Nella casa adiacente, la vedova siora Nani Spazzapana e con il figlio Pepi,- il mio Pepi-, anche lui soldato in guerra. Più avanti al n.12, sempre della Riva del Corno, i due fratelli Pettarin : Zan e Franzili. La moglie del Franzili faceva la lavandaia e la figlia sposò il ferroviere Owansky. C’è da osservare che parecchie donne di ottima famiglia, oltre che ai lavori di casa, facevano anche le lavandaie, un mestiere lucroso in quei tempi, e risciacquavano i panni nel Corno, che allora dopo le pioggie era pulitissimo, in confronto a quello che è oggi, una fogna. Progresso dei tempi.
Nella stessa casa, con la facciata sul Corno, aveva il suo laboratorio il cordaiolo Felis Berlot – quardar- dove si andava a far filar a mano, la grande ruota di legno ( “ la muela “). Egli ci mandava a raccogliere le cicche per il Corso, che poi lui le fumava nella pipa. Poveretto, ci dava due centesimi per una scatola che a malapena la riempivamo di cicche, che nuova, conteneva cento sigaretta ungheresi da un centesimo l’una.
Al n. 16, abitava la vedova “ coduzza “ con macelleria in via S. Antonio, la cui nipote Maria, classe 1896, era l’eroina di un romanzo scritto da un ufficiale austriaco, Volkmar Iro, la cui azione si svolgeva a Gorizia nel 1915 durante la guerra : Ein Görzer Roman ,che ha avuto più edizioni, con il titolo Marietta : stampato nel 1918. Al n.18 il possidente Ciuffarin Giuseppe, con macelleria sotto i portici in Piazza del Duomo ( oggi Cavour ), consigliere comunale- “ sior consiglier “-fratello del Nutili, dell’osteria di Largo Pacassi “ in ta busa “.
Alla fine della strada , al n.20, la casa del contadino Pettarin Andrea, “ il Drea “, e di sua moglie Juti (Mariute ).. Oggi è proprietario il figlio Tunin. Nel cortile esiste ancora un gelso che avrebbe circa quattrocento anni ( vedi foto ) . Tunin racconta che il nonno di suo padre non si ricordava quando era stato piantato e che la casa attuale ,era stata costruita dopo che una piena del Corno l’aveva portata via. Oggi passa sopra il Corno, di fronte alla sua casa,la via Italico Brass.
I rari e vecchi abitanti, ancora viventi, dei nostri antichi rioni, ormai scomparsi dalla cronica, sia nei nomi che nelle vie di altre storie, e le case dei rioni : VI Formica , VII Camposanto( San Gabriele ), Torrente ( Corsica ) , VIII le tre piazze : De Amicis già del Corno , Catterini (Medagli d’Oro ), Transalpina ( metà in Jugoslavia compresa la stazione ferroviaria ), Corno ( Balilla ), IX Ascoli ( già anche Tunisi ) e S. Giovanni , si trovano ancora sparsi in altre vie della città o emigrati , ma la massima parte già forse oggi, mentre scrivo, sono tutti morti ,cosicchè il mondo che noi si scopriva passa ormai alla storia di un altro evo.
Tutto ciò che abbiamo visto in pace ed in guerra, se ne è andato, anche il passato romantico, di principi e di pace è sepolto ormai dalle macerie che coprono il tratto formante il terrapieno del cosidetto “ buso della volpe “ ed il tratto del giardino pubblico inferiore, formati con le macerie della vecchia Gorizia, distrutta dai bombardamenti durante le dodici battaglie dell’Isonzo, per il tempo di 29 mesi,cioè un tratto della via Cadorna e della via Virgilio.
Per andare all’asilo, abbiamo detto che si attraversava Largo Pacassi, in mezzo alla gran confusione nei giorni di mercato, con il cestino della merenda tra carri, cavalli, buoi, legna e fieno e tanto sterco degli animali, che ivi posteggiavano per lunghe ore. Poi su per gli stretti marciapiedi della via Ascoli, salendo su per la via, si incontravano tipi caratteristici, alcuni cognomi interessanti con i rispettivi soprannomi ( nominanze) spesso di ignoto significato. Avevamo la fortuna di trovarci in un territorio trilingue, mitteleuropeo ed è strano che questi agnomi sono la maggior parte a fondo friulano , in special modo sul Corno ed a S.Rocco, cioè nei rioni più popolani e non della nuova borghesia.
Quindi entriamo nel ghetto , nella prima casa d’angolo di via Ascoli 31 al piano terra , c’era il laboratorio del calzolaio Pietro Altran , detto dott. Morpurgo “cialtiar”, perché somigliava al dott. Morpurgo. Egli portava sottobraccio ai suoi clienti le scarpe riparate, avvolte in un panno di feltro verde, e lui vestito di nero, con un cappello a mezzo cilindro- la mezza nose-.
Al secondo piano di detta abitava la “Garibaldi” con la Mariute, – la plui biela di Gurizza-, al terzo la Giovanna con le figlie Gigiuta e la Maria , amica del defunto maestro Battaglia, che poi sposò il Valentinuzzi, con negozio commestibili in Piazza De Amicis. Al n.29 il botteghin di verdura e mercerie della Tinzili, fili, aghi e bottoni. Con la zitella Tinzili, abitava la pensionata “ siora Matilde” Miani ved. Huala di Farra d’Isonzo vedova del gendarme Huala, morto a Trieste dopo una sommossa nei primi anni del secolo.
Qui, altre osterie, delle quali la più famosa era quella “ alla Bona Botte “ , al numero 29, locale di ritrovo di operai e di sbornie e di risse, specialmente al sabato, giorno di paga. Altre osterie famose, erano quelle dell’ ”Istrian “ al n. 5 di proprietà dei Ventin da Castellier di Parenzo , nella via S. Giovanni e via Corta ( oggi via Malta ), quella del Max Petrovcic , da Cepovan ed ancora “ al buon furlan “ e quella “ dell’Aquila nera “.
Al secondo piano della “ Buona Botte “, abitava la ricamatrice Elvira Lang e la famiglia di Lipizer Carlo con la figlia Giuseppina- la “ Pina brika “, perché la mamma era una Prisko. La Pina era moglie del panettiere Quarto Causer , soldato durante la guierra e lei profuga nel 1916 a Lubiana, vice cuoco nel Garnisonesspital di Lubiana.

( continua )

Archivio e fonte

BSI- Coll. GRC GIOR 97 anno 1981

BPG- Coll. Raccolta articoli da giornali – busta 536

—————————————————————————————————

( 3 ) VOCE ISONTINA – N.22 – del 30 maggio 1981 

Storie di una volta – Gorizia  segreta
di Luigi Visintin

Prima di continuare il nostro andare, vogliamo aggiungere ancora un personaggio della Riva del Corno, e pasticciere romagnolo Bertoncini Riccardo, abitante al n. 4 piano terra, detto il “ Talian”,che aveva una figlia con la dalmata “ siora Maddalena “.
Quando rientrava di notte, ubriaco, gridava dal cortile : “ siora Matilde dirà che sono il padrone io qui, e lo sono anche ! venga fuori se ha coraggio “.Tutti dietro le finestre si divertivano.
Continuando su per la via Ascoli, altri negozi e laboratori artigianali davano vita al rione ed altri caratteristici personaggi si presentavano alla nostra vista. Un altro noto calzolaio, era il Louvrier , amico dell’usciere comunale “ monocolo “ Barazzetti.
Oltre al negozietto della Tinzili , più in su , a sinistra della via , era il botteghino della Felzer , che assieme, erano il nostro albero della cuccagna , il paese dei balocchi di secolare pinocchiesca memoria dove per pochi soldi acquistavamo bomboni, caramelle ,palline di terracotta e di vetro colorate o bianche come quelle delle gassose, chiamate “ passerette” , per il gioco delle scinche o del buso o di tic , le trottole o “ sgurli “, le mazze o i “ pàndoli”, per il gioco della mazza a piuzzo dei napoletani.
Visavì alla stessa altezza, al n. 12 interrato, era il negozio di commestibili del Bratus e al n. 18, le sorelle sartine Pierina e Mariuta , con la madre che vendeva carbone , emigrante poi in Egitto. Al 14 , la rivendita di pane della “ Ziutta “. Al 17 la panetteria Leban , della Pina peka. Un’altra panetteria Leban , era quella dell’Amalia peka , in via Seminario. La “ Pepi ziulia “ invece , vendeva baccalà al mercato del pesce. Al n.20,la non meglio nota, l’americana.
E ancora, la hisa moja, una Strgar da Podlaka ( altipiano della Bainsizza ),aveva un figlio ufficiale e la figlia maestra, che sposò il direttore de,l negozio Orzan di via Carducci, signor Umberto Marega, il quale nel 1914, combatte nella prima battaglia della prima guerra mondiale, nel KK n.27 °Landwehr in Russia , il 26 e 27 agosto del 1914, sulle colline di Zloczow-Sqwarzawa , nella Galizia orientale, assieme ai reggimenti 47° stiriano, di stanza a Gorizia in Piazza Vittoria dove è ora la sede dell’INPS e al 97° reggimento di fanteria detto “ il triestino “.
Il battaglione al quale apparteneva, della forza di ottocento uomini, arrivò a Bredy, presso Leopoli ( oggi Lwow ), decimato con soli duecento , assieme ai resti del 97° che ebbe il 75% delle perdite: ed allora, come è questa storia dei” demoghela” ? è da vedere ancora, poiché allora si parlò di strage, ed anche Silvio Benco , nel 1919, scrisse sul massacro del 97° reggimento. Morirono molti friulani, triestini, goriziani e sloveni di questa provincia. E chi li ha mai ricordati, se non per vilipenderli ? .Sarebbe doveroso, da cristiani, ricordarli almeno con una modesta croce, poiché ogni anima deve avere la sua croce.
Alla destra, ai numeri 27 e 25, sempre della via Ascoli, due case a tre piani, grandi come caserme, con pergoli esterni e pergoli interni( vedi foto ) specialmente quelli al n. 25, che formavano al primo e al secondo piano due cerchi tutt’intorno, con ingresso dalle abitazioni, empre aperti a tutti gli inquilini. Questo aveva anche due cortili, al secondo cortile interno, si accedeva direttamente attraverso un portone sempre aperto, dove la domenica, dopo le 13, si andava noi ragazzi a prendere il gelato sulla scorza di limone, che il gelatiere “ sior Tomaso “, lo prendeva dalla caldaia di rame, del suo carretto di gelatiere. Erano due enormi costruzioni meravigliose, che oggi farebbero bella mostra di un bel passato trascorso, ma che purtroppo si è voluto distruggere.
Al n.27 di via Ascoli, abitavano, il postino Antonio Periz, che abbiamo già menzionato con il soprannome di “ Toni Moro “, con la sua piccolissima moglie, tante figlie ed il figlio Giuti ; la Lisa “ ciadrearia “ Grapulin di Mariano che faceva sedie di paglia ; al secondo piano, il notissimo e simpaticissimo Medvescek , della polizia urbana, detto “ Tilulaite “. Al primo piano il cappellaio Horvat ed al piano terra, il gelatiere cadorino De Rocco, un figlio era il “ Ringhel “.
Nell’ancor più grande casa, un vero alveare al n.25, abitava l’impiegato comunale Brass, fratello del famoso pittore Italico Brass di cui un quadro si può ammirare nella sala d’aspetto del sindaco di Gorizia. Sopra abitava il barbiere Gois, con balcone sulla via e negozio in fondo alla via Ascoli, dopo il portone del sellaio-carrozziere Spieler, comunicante con il negozio di via Carducci. Le abitazioni del Brass e del Gois, avevano due pergoli in ferro battuto sulla via, veri capolavori, come si possono ancora vedere nelle foto di quei tempi.
Al piano terra rialzato, vicino all’ingresso del grande portone , era l’abitazione del falegname Olivieri detto il “Luis pizzul “ , il quale poneva sulle imposte verso la strada, una gabbia con un canarino, che cantava sempre al nostro passaggio, per le briciole di pane che gli lanciavamo. Nell’interno, c’erano i numeri 19, 21 e 23 , come sul portone del Tempio , che aveva il n. 15, e dentro vi erano i numeri 13 e 17.
Sempre al numero 25 di via Ascoli, abitava la signorina Cumar Antonietta, con cartoleria in via Arcivescovado. Viaggiai con lei nel dicembre 1915, avevo 13 anni , venendo da Trieste fino al capolinea del treno per Gorizia , che di notte si fermava alla stazione di San Pietro e poi a piedi per via dietro Castello, che con l’oscuramento sembrava di passare per un paese lunare, era senza parafrasi, un luogo di morte.
Un’altra famiglia, era la Krapez con un figlio impiegato al Tribunale di Gorizia ed inoltre il sarto “ petto di ferro “; poi ancora il Nino Barattieri , un anziano pezzo d’uomo , alto e robusto , facchino della ditta Antonio Orzan , il quale giocava con i più giovani dei rioni, di claput , che consisteva a chi toccava in sorte , di battere sulla pila di soldini stivati uno sull’altro con una pallina di vetro, prendendosi quelli che venivano capovolti. Al 2° piano interno, la poco Fortunata Vuga e tanti altri.

( continua )

fonte : articolo corrispondente
fonte : articolo corrispondente

 

Archivio e fonte

BSI- Coll. GRC GIOR 97 anno 1981

BPG- Coll. Raccolta articoli da giornali – busta 536

————————————————————————————————-

( 4 ) VOCE ISONTINA – N.25 – del 20 giugno 1981 

Alla ricerca di volti e incontri- Gorizia segreta
di Luigi Visintin

Proseguendo nella descrizione, spesso ci si accorge di aver omesso personaggi che meritano di essere menzionati ( e ce ne sono tanti a non finire !) come quello della famosissima osteria dei Musig detta della “ Brizza “ al n. 24 della via Ascoli, di fronte a quella della “ Bona botte “. Al primo piano, vi abitava la qualificata sarta Musig Veneranda e la Nina Vodicera dove si trovano con la Elisa Fantuzzi, la madre del “ centista “ ed ala sinistra della squadra di calcio di Gorizia, Pepi Fantuzzi che difficilmente altra squadra goriziana di calcio avrà una simile “ ala sinistra “.
Ed ancora al n.27, la Luisa “ Kaisera “, madre dei macellai Novotny. Nelle case vicine, la famiglia Selva, di cui uno era detto “ ciaf di stran “( testa di paglia ).
Altri falegnami ancora erano, il pingue Bauzon , caratteristico baffone detto “ Fonfo “, padre del futuro bidello delle magistrali, recentemente scomparso. Un altro era il De Angeli al n.17 di via Ascoli, un tempo socio del Bauzon, e poi il Grauner il parchettista, detto ,” Jacum de la cola “. Nella stessa casa, a fianco del tempio israelitico, era il vigile urbano Sbuelz. Ed infine il falegname Frank Giuseppe , al n.10 il cui figlio Galliano, nostro condiscepolo nelle scuole popolari di via della Cappella- “ la scuela dei bagabuns “-era un ottimo intagliatore e liutaio.
Durante la prima guerra mondiale, mentre suo padre Giuseppe era soldato nell’esercito austriaco, nel 5° reggimento Landwehr Pola, in Romania, la sua famiglia era andata profuga in Boemia durante il grande bombardamento di Gorizia, iniziato il 18 ottobre 1915- 3° battaglia dell’Isonzo. Erano profughi assieme ad altre famiglie a Stankau , Stankoff in ceko, a cinquanta chilometri da Pilsen.
La cittadina si divideva in due zone: Stankau Mark ( Stankoff miesticku ) e Stankau Dorf ( Stankoff ves ( vas).Con loro erano anche i cugini Battisti Edoardo ed Ernesto; invece il loro fratello era a Parma. Profughi a Kopidelmo ( sempre in Boemia ),presso la città di Ic’in, erano andati i Simonetti, abitanti al n.16 di via Ascoli, nel dicembre1915,dopo che una granata austriaca, per errore aveva colpito la casa di fronte della comunità ebraica.
Era profuga anche la sorella del barbiere “ Zichinut “ di Piazzutta, che sposò il goriziano di Riva Castello Zitter, soldato in Russia: erano profughi inoltre la famiglia Zotter e Visin di San Rocco e Perco, Vidoz , Temon e Famea di Lucinico.
A Kopidelmo, morì il conciapelli Clede, della ditta Derfloess. Inoltre c’erano le famiglie Bulfon, di via della Cappella, detti i “ Punzul “, quella del canicida Spangher, Gulin, già macchinista sulle navi del Canale di Suez in costruzione e la famiglia Planiscig, di cui uno era colonnello dei bosniaci sul Piave e l’altro con negozio in Corso Verdi di strumenti musicali ed anche Luigi Bradaschia, figlio del fabbro meccanico Tiziano con officina per 12 operai in via del Corno n.15.
Al n.15 di via Ascoli, il Tempio della comunità israelitica di Gorizia. Il ghetto ebraico fu istituito dall’Imperatore d’Austria Leopoldo nel 1696.Oltre che al filosofo Michelstaedter e prima ancora Isaia Ascoli, glottologo di fama mondiale, furono famosi anche altri israeliti, chi per censo e chi per talento o per commercio. Famoso era il banco del Jona , tanto che era proverbiale la frase “ no go miga la banca del Jona ! ) si rispondeva a chi batteva cassa.
Ma il più popolare fra gli uomini, ma anche fra le donne, era il sior Amadio Bolaffio , commerciante in vini con deposito in Riva del Corno, anche perché dissetava chiunque era ospite delle sue cantine. Il sior Amadio era popolare in tutti i rioni, fornitore delle numerose osterie, circa venticinque, e tutte sempre molto frequentate. Lavoravano alle sue dipendenze il “ ciaf di stran “ , il Blas di Podgora, il detto “ Drea “ Bolaffio da Kambresco, il “ Pintar “ Vecchiet della “ blancia “ ed i profughi della Russia Davide Schumanno e Jacoboni.
Quando dopo i primi anni del secolo , lo Stato austriaco diede inizio alla costruzione della ferrovia transalpina, nota come ferrovia delle Karavanche , il Bolaffio andò a San Severo di Puglia ( Bari) , dove caricò un treno di vino, che lui poi smistava lungo tutta la linea da S. Lucia a Idria, Circhina, Bac^a, ecc. mediante quattro muli che portavano un “scartin “ che conteneva 6-7 ettolitri. Aveva molte qualità di vino nelle sue cantine ; vino del Collio, dell’Istria, terrano del Carso, italiano baccaro, tokaj e li mesceva tra loro fino a 18 gradi per quelli che avevano molta sete , ma mai li mescolava con “ polveri “.
Per le piccole Osterie il sior Amadio Bolaffio, spediva un golber ( due ettolitri ) che veniva portato dal cavallo “ Flika “, guidato da Tin Brumat detto “ Parussula “. Una volta è scoppiato nelle sue cantine , un incendio e noi ragazzi a prodigarsi a pompare l’acqua : dette a ciascuno, a incendio spento, venti soldi.
Un’altra volta, alcuni ragazzi, si misero a lanciare sassi, oltre il Corno, contro i vetri dei suoi magazzini, rompendone una quarantina. Il giorno dopo gli agenti di polizia, o guardie di pubblica sicurezza portarono ai colpevoli l’invito a presentarsi accompagnati dai genitori, presso l’imperial regio ufficio di polizia in via Alvarez( oggi via Diaz ) dal commissario di polizia dott. Giuseppe Casapiccola. Il quale fece a tutti una severa romanzina e Bolaffio perdonò tutto e nessuna famiglia ebbe qualche fastidio.

( continua )

fonte : articolo corrispondente
fonte : articolo corrispondente

Archivio e fonte

BSI- Coll. GRC GIOR 97 anno 1981

BPG- Coll. Raccolta articoli da giornali – busta 536

——————————————————————————————-

( 5 ) VOCE ISONTINA – N.26 – del 27 giugno 1981 

Alla ricerca del volto antico della città- Gorizia segreta
di Luigi Visintin

Durante l’anno scolastico 1926-27, mentre frequentavo la cucina di beneficenza in via Dogali a Bologna, gestita dal cuoco Augusto Selva e frequentata da studenti, senza il vaglia di papà o altro sussidio, come il veterinario Rutar Francesco di Lubino 9 ( Tolmino ), Grahlj Vladislao di Caporetto, Ross-rubacher da Ortisei ( Alto Adige ) e lo studente di matematica Francesco Mocnik da Idria, il quale seguiva le orme del suo celebre omonimo dott. Francesco cavalier de Mocnik, il cui libro di aritmetica ed algebra fu tradotto e adottato in tutte le scuole dell’Impero austro-ungarico; si laureò in matematica ma poi prese la via del sacerdozio. Mentre ero a Bologna in quei tempi, il cuoco Selva mi disse di andarlo a trovare perché il Bolaffio era ricoverato in ospedale e lo andassi a visitare,ma poi non seppi più niente.
Altri personaggi la maestra di piano Luzzatto e le sorelle Michelstaedter. L’idraulico Potocnik, alto, calvo, sempre senza cappello, sia d’estate che d’inverno, aveva reclamizzato il suo negozio in via Ascoli 3, in slavo :Gorica Zidovska ulica 3. Abitava inoltre la signora Cecilia S. e la signora M. detta “ sunaia “. La ragazzina Giuditta Visintin, un giorno andò a comperare due soldi di olio dalla M. dicendo che era per la signora Preghel , la quale aveva una mensa per studenti, pregandola anche di darle un calendarietto. La M. per tutta risposta, le disse : “ cara ti,fami un balletto “ , al che la ragazzina rispose : “ ben se suona lei , che è sunaia “.
Erano anche profughe in Boemia , famiglie del Friuli orientale austriaco , di Aiello, Perteole e Campolongo ( ciamp lung ).
Abitavano ancora al n. 27 di via Ascoli,casa Gentilli , la Pepa Scarabot vedova Fantuzzi di Schönpass, madre della Vica, del Genio macellaio, del pittore Pepi e matrigna delle sorelle Emma in Klinz , Anna in Vidali ed Orsola in Jacobi. Il Vidali detto Bigat il pittore era in società con Luigi Klinz detto Chezzo , i quali avevano sposato le sorelle , rispettivamente Anna ed Emma.
La Vica aveva sposato un Droc, figlio dell’oste di via Silvio Pellico , il quale divenne poi proprietario del caffè Venezia ( oggi Standa ) già di proprietà Baungartner e prima ancora di Schwarz.
Vi abitava pure al n.27 la famiglia Finch, profuga dalla Russia, assieme ad altri dopo il fallito tentativo di rivoluzione del 1905.
Il Finch era diventato nonsolo del tempio israelitico.
I poveri del ghetto , non ebbero più, dopo la venuta di questi profughi dalla Russia, i favori e l’assistenza che prima i possidenti del ghetto avevano sempre loro dato.
Quando un povero del ghetto si sposava, uno dei ricchi ebrei metteva la sua carrozza con i cavalli e il fiacre a disposizione degli sposi. C’era affiatamento ed una coesistenza naturale tra cristiani ed ebrei e nessuno avrebbe mai pensato alla tragedia che pochi anni dopo sarebbe caduta sulla Comunità.
Una figlia del Finch , che aveva sposato il commerciante di stoffe Rothstein , fu deportata in Germania assieme ai suoi tre figlioletti e non tornarono più.
Furono ben 45 i deportati del ghetto di Gorizia che non fecero più ritorno……e con loro è morto il rione del ghetto dei nostri bei tempi.
Ma prima ancora, un colpo lo ricevette il rione dei cannoni, durante la guerra del 1915, che erano stati appostati sui prati fra le due rive del Corno, dietro i magazzini del Bolaffio, del tempio e dei magazzini della ditta Orzan, dove si possono vedere alcune scritte sui cornicioni dei portali interni del cortile.
Quattro cannoni da otto centimetri, erano appostati presso la sponda sinistra del torrente, ed un’altra batteria di 15 centimetri sulla sponda sinistra, nel parco di ricreazione dei sordomuti. Altri cannoni erano appostati giù, giù, lungo tutto il percorso oltre i giardini pubblici- parco Coronini- in tutta la vallata del Corno.
Quando durante le battaglie sparavano, si sentiva come prolungato ululato di cani. Noi che durante gli spari correvamo intorno per raccogliere i dischi bianchi di cartone, venivamo cacciati via; avevamo imparato anche i termini urlati dell’ufficiale telefonista che siedeva presso il pezzo : laden ( caricare ), Feuer abgebeden ( tiro ) e si rispondeva all’osservatore abgegeben , gesetzen ( colpito ), Feuer einstellen ( cessare il fuoco ).
Quale conseguenza, fu naturalmente la risposta delle artiglierie italiane con bombardamenti a tutte le ore del giorno e della notte, di proiettili di piccolo e grosso calibro.
Nei prati vicini, dove erano state poi appostate le batterie da otto centimetri, nel mese di Numa, il 24 giugno, il contadino sior Drea Pettarin , faceva con un mucchio di fascine, i fuochi di S. Giovanni ed i fanciulli saltavano oltre le fiamme.

( continua )

fonte: articolo corrispondente
fonte: articolo corrispondente

Archivio e fonte

BSI- Coll. GRC GIOR 97 anno 1981

BPG- Coll. Raccolta articoli da giornali – busta 536

———————————————————————————————-

( 6 ) VOCE ISONTINA – N.28 – del 11 luglio 1981 

Alla ricerca del volto antico della città- Gorizia segreta
di Luigi Visintin

Continuando la nostra narrazione a ritroso nel passato , aggiungiamo che nella casa n. 13 accanto al tempio israelitico , abitava la famiglia Trevisan già proprietaria dell’osteria che fu poi dei Ventin di Castellier di Parenzo- osteria all’Istrian – al n.5
Al n.13 sempre di via Ascoli , abitava il maestro muratore Vincenzo Visintin da S. Lorenzo di Mossa , classe 1822 , il quale combattè in Ungheria nel 1848 e fu congedato dopo sei anni di servizio militare anziché dodici come era consuetudine , perché aveva fatto la guerra . Egli fu incaricato della costruzione del ponte di via S. Chiara, che continuava con la via del Ponte nuovo, oggi viale XX Settembre. L’imperatore Francesco Giuseppe aveva dato10.000 fiorini della sua cassa , per la costruzione di detto ponte .
Il Visintin aveva sposato Elisabetta Mora di Cormons , la quale aveva coabitato con una vecchia suora, sua parente , il cui convento era stato dismesso per ordine dell’imperatore Giuseppe II , figlio di Maria Teresa.
La solita nipote birichina Giuditta la prendeva in giro, dicendole : “ par cognossi un cormones bisugna stà un an e un mes e dopo ben cognossut , magari mai viodut”.
Una figlia di Vincenzo, Orsola , abitava al n.17 , era sarta e poi maestra della fabbrica di fiammiferi Lebholz in via Trieste e morta nel 1896 per malattia polmonare in seguito all’intossicazione causata dallo zolfo durante i frequenti incendi in fabbrica. Suo figlio Pepiluti , aveva intrapreso la professione del muratore e dopo tre anni di manovalanza , aveva chiesto al suo impresario, lo zio Eduardo, di lasciargli prendere la cazzuola per iniziare la professione come lavoratore, ma lo zio gli rispose : “ ias di menà la cariola fin che diventis neri “. Costume dei tempi, quando lavoravano dall’alba al tramonto.
Alla leva il Pepiluti fu assegnato al Verpflesgmagazin ( sussistenza ) o meglio come si diceva allora , dei peki ( dallo slavo pek, che vuol dire panettiere ). Prima di uscire di casa , sulla strada, guardava se passasse qualcuno , come il Battig detto melo , pittore di quadri morto a Parigi, dell’ottavo reggimento cavalleria o del Gabela o qualcuno di artiglieria , perché si vergognava di essere stato fatto dei peki.
Nel 1914 partì per la guerra in Galizia , fu poi sul Carso , sul Piave ed infine capo del magazzino viveri di Trento, per l’armata del Tirolo dove entravano due treni interi, col grado di zugsfϋrer , insomma lui ritornò a casa dopo oltre quattro anni di guerra , percorsi su tutti i fronti, mentre gli altri non tornarono più.
I Visintin erano venuti in questa provincia, provenienti dalla Repubblica Veneta dal 1600 quando l’imperatore Ferdinando II diede loro asilo a S. Martino del Carso.
La famiglia del Pepiluti andò profuga in Boemia , a Unter Kralowitz , in ceko Dolni Kralovice , con il nipote Isidoro Scarbolo da Cividale. In questo luogo erano profughe anche altre famiglie goriziane come i Vallig , la famiglia del bidello dell’istituto tecnico Pizzucchini , la famiglia del vigile urbano Pallich , che partì soldato nel 1918 , non ancora diciottenne , che incontrai casualmente a Vienna , dove ero profugo in un collegio di salesiani , come studente dell’Elisabeth Gymnasium.
Di fronte ai numeri 5 e 7 , il laboratorio dei pittori Pertot e Vidali ; Pertot morto in guerra e Vidali abitante al n.16 fu tra i primi feriti in Serbia.
Oltre al Pepiluti , abitava in via Ascoli suo zio Pepili murador , classe 1865 , figlio di Vincenzo che aveva sposato una De Schϋler , il quale nel 1915, allo scoppio della guerra con l’Italia, fu chiamato sotto le armi a cinquantanni nella compagnia lavoratori per scavare trincee sul Sabotino , a Oslavia e sul Calvario, assieme agli altri artigiani di Gorizia e dintorni e così pure il Drea Pettarin della stessa età , che finì in Galizia. Il Pepili invece rimase qui fino alla undecima battaglia sull’altopiano della Bainsizza, fin quando il generale Goinginger passandoli in rivista dopo la battaglia , gli appuntò una medaglia e lo fece congedare perché aveva oltrepassato i 52 anni.
Al n. 11 , il calzolaio Ternovec , già prigioniero di guerra a Odessa e tuttora vivente, il quale sposò una Gerbec di Salcano, sorella del veterinario di Montespino. Ancora in via Ascoli abitavano le famiglie Drufuka con i figli Riccardo, ferroviere, e Pepe , ed inoltre, Than, barbiere in via Formica. Al n.7 Culot, detta “ la tambura “ con il marito Ussai. La famiglia di Cecilia Seghizzi e prima ancora la sunaia Massig.
Nell’interno del n.7 , la Zei “ ciarbonaria “ , madre dei pittori Romano e Berto ; di fronte il barbiere Gois. Più avanti poi furono i magazzini Orzan , il banco del barone Jona . Ed ecco di fronte la casa del gottologo G.I.Ascoli di fama universale.
Non possiamo omettere Carlo Michelstaedter ,sebbene nato ed abitante in Piazza Grande ( oggi Piazza della Vittoria ) era una delle più autorevoli figure del ghetto. Di lui parla il filosofo Papini , nel suo libro “ I 24 cervelli “.
Dice che era giovane, sano, nuotatore nel periglioso fiume Isonzo, nel quale per nuotare, non si deve essere solo sano ma anche coraggiosi e lui coraggio di fermarsi lo ha avuto , come lo dimostrò di non essere come il sasso che lanciato giù per la china di una rupe , si ferma appena trova un ostacolo, ma non giù per sua volontà. Ha voluto così dimostrare che lui aveva volontà di fermarsi e lo ha fatto con un colpo di pistola alla nuca.
Anche qui ricchezza di vita , ma anche di morte , a 23 anni.
Per dimostrare quello che ha spiegato Papini, credo che ci si può fermare per impulso della nostra volontà, ma però non era necessario che Michelstaedter lo dimostrasse sacrificando con tanta facilità la sua vita preziosa di scrittore filosofo. Credo invece che il motivo doveva essere ben altro più profondo…………
Abbiamo narrato piccoli e vecchi fatti di personaggi dell’inizio di questo secolo, scavati a ritroso nel passato della nostra favolosa infanzia fino agli anni della spaventosa prima guerra mondiale, che qui nell’isontino ebbe il suo cultime , con la tragedia per il numero dei morti e per le battaglie di tutti i fronti.

( continua )

Archivio e fonte

BSI- Coll. GRC GIOR 97 anno 1981

BPG- Coll. Raccolta articoli da giornali – busta 536

———————————————————————————————-

( 7 ) VOCE ISONTINA – N.29 – del 18 luglio 1981 

Uno sguardo al passato per capire il presente- Gorizia segreta
di Luigi Visintin

I diversi Visintin che combatterono nell’esercito italiano contro l’Austria sono sepolti nei cimiteri di guerra italiani, sette riposano nel Mausoleo di Oslavia e altri che combatterono contro la Russia ,la Serbia e l’Italia sono sepolti nei cimiteri austro-ungarici, come Visintin Franz di anni 24 che conbattè contro l’Italia sulle colline del Sober presso Vertojba – detta Vertojba in campisanti per i suoi dieci cimiteri di guerra- aggregato al 76° reggimento di fanteria ungherese di Sopron-Eszgergom di proprietà ( reminiscenza medioevale ) del maresciallo Freiherr von Salis – Soglio Daniele, e sepolto nel cimitero militare ungherese di Volcjadraga , tutt’ora esistente e che si può vederlo assieme al monumento di stile barbarico.
Altri Visintin sono morti e dispersi in Galizia nel 1914-1917 in guerra contro la Russia e in Serbia.
Gli italiani di queste terre sudditi austriaci, venivano spesso aggregati, oltre che nel reggimento n.97° “ IL TRIESTINO “ anche nel reggimento delle altre nazionalità.
Molti Visintin erano muratori e vestivano i calzoni color pipita ( a quadretti bianchi e neri ) che acquistavano dalla castellana Graibic allogata sotto un portone di via Rastello. Era il momento magico dei muratori presso le donne che cantavano : i muratori sono tutti traditori …. Chissà perché, forse era un trasporto per far rima con muratori.
Provenivano dal Friuli orientale, da Mossa, San Lorenzo, Farra , Gradisca , ecc… Le vecchie case di Gorizia erano costruite sin dai tempi della Contea con materiale di pietra d’arenaria ( saldame ) intercalate da grossi ciottoli dell’Isonzo ( cogoli, cogolato ), Saldam in friulano o in gergo del Collio e Gorizia era detto Opoka che veniva prelevato dalle cave del S. Marco, pietre dell’era cenozoica o terziaria di venti milioni di anni fa.
Dopo la scuola civica popolare femminile di via S. Giovanni, di cui abbiamo già accennato e della quale era direttrice nel 1912 la maestra Favetti con quattro collaboratrici dette “ batticode “; una la si vedeva spesso verso la vicina piazzutta ( P.N. Tommaseo ) ,era la più piccola maestra Furlani che insegnava la lingua tedesca ed era soprannominata la “ taicia “ deformazione dal tedesco “ deutsch “. Portava un minuscolo cappellino fuori di tutte le mode che sembrava piuttosto una cuffietta. Un’altra era la maestra di lavoro, signorina Klitsch brontolata e temuta da tutte le scolare.
Dopo la casa dell’Ascoli era la chiesa di S. Giovanni con un anti spiazzo , il sagrato , recintato da un muretto con inferiate. Quando fu levato il recinto , rimase l’attuale spiazzo antistante la chiesa dove furono rinvenuti degli scheletri di un vecchio cimitero. In questa necropoli , stavano sepolte quelle generazioni che precedettero gli attuali personaggi nelle fatiche e nei dolori della vita di quei tempi.
Vis-a-vis la scuola c’era l’osteria del Max Petrovčič con ingresso anche in via Corta ( oggi Malta ) e subito dopo la scuola , al n.7 di via S.Giovanni, la Società Ginnastica slovena del “ Sokol “ ( Delovadno drustvo Sokol v Gorici ) i cui membri portavano una giacca rossa a tracolla e la penna di “ falco “ sul davanti della bustina-berretto ; c’era anche un’altra associazione, quella degli “ Orel “ di altra fede politica, però con la penna “ d’aquila “ a lato del berretto : nazionalisti liberali i Sokol e clericali gli Orel.

Di fronte al n. 10 , lo spazzacamino credo , Persič, al n.8 l’osteria al         “ Buon furlan “ e al n.6 “ L’Aquila nera”.
Nei cortili più avanti verso la fine di via S.Giovanni, si rappresentavano saltuariamente le commedie dei burattini : teatro Reccardini.
Siamo nel 1908, agli angoli delle strade sono ancora i fanali a gas, che il “ luminaro “ Zelateo detto Don, veniva con il suo stoppino sul bastone e con i fiammiferi ad accendere i fanali verso il tramonto e a spegnerli all’alba.
Dopo l’asilo, verso una nuova esperienza, nella scuola popolare di via del Camposanto, parallela di quella di via della Cappella; nuove esperienze di altri scenari : un altro passo verso l’ignoto.
Abbiamo narrato, “en passant” piccoli e vecchi fatti del passato.
Ed ora per la Riva del Corno entriamo in altre contrade dove incontreremo altri personaggi in certo qual modo distanti da quell’atmosfera medioevale e di feudalesimo che abbiamo descritto innanzi.
Per il ramo del tunnel che copre il torrente Corno attraverso Largo Pacassi si entrava in Piazza Corno ( De Amicis) e, nella via del Corno, aperta alla fine del 1700,per la salita di Riva del Corno, ma anche per vie interne, sù per scale e lunghi pergolati, oggi scomparsi, dalla casa n.4 della stessa Riva e per un corridoio sotto portico della casa n.9 di via del Corno ( oggi Balilla ) tutto di proprietà di Anna ved. Cainero-commestibili e coloniali-come pure quella del n.11 della stessa via la cui facciata a tre piani guardava a sud sul cortile del suddetto n4 e con quella a nord, con due lunghi pergoli verso il grande cortile della siora Nani Spazzapana.
Una mattina del 1905 comparve nel cortile del n.4 il dott. Alfonso Pittamitz abitante in via Dante n.12, per visitare una ammalata abitante al n.11 di cui sopra. Alla domanda del medico dov’è l’ammalata ? Son quassù sior dottor, rispose l’ammalata affacciandosi alla finestra dell’ultimo piano. Mi mostri la lingua. Va bene disse il dott. Pittamitz. Adesso dica a a : risposta a a! Va bene ! prendere un’oncia di olio di ricino e una di mandorle. Grazie soir dottor, quanto devo ? Un fiorin ( due corone ) e lanciò il fiorino dalla finestra in cortile avvolto in carta.
Anche la Siora Giuditta fece vaccinare contro la difterite il suo figlioletto che aveva il Croup ( infiammazione superficiale dei tessuti della cavità orale mentre nella difterite sono interessati i tessuti profondi ) . Dovette impegnare per pagare i 5 fiorini allo specialista dott. Brecelj.

( continua )

fonte : articolo dell'autore
fonte : articolo corrispondente
fonte: articolo corrispondente
fonte: articolo corrispondente

Archivio e fonte

BSI- Coll. GRC GIOR 97 anno 1981

BPG- Coll. Raccolta articoli da giornali – busta 536

——————————————————————————————–

( 8 ) VOCE ISONTINA – N.30 – del 25 luglio 1981 

Alla ricerca di volti e luoghi- Gorizia segreta
di Luigi Visintin

Prima di continuare a descrivere, in breve, le vicende dei personaggi che abitavano in queste contrade, cerchiamo di individuare, almeno in parte, la natura del terreno che essi hanno calcato e sul quale hanno trascorso la loro infanzia nel secolo passato e noi al principio di questo.
Tutte le vie che si diramano dall’avvallamento di piazza del Corno sono in salita o in discesa come la via del Corno, e la via Silvio Pellico che salgono verso piazza Catterini ( Medaglie d’oro ), e la via Formica verso piazza del Cristo, la via Sant’Antonio ( del Santo ) nella stessa direzione, ma sua diramazione verso via dei Signori ( Carducci ), la via Ascoli, già Tunisi e poi giustamente nuovamente Ascoli , verso la via San Giovanni e, la Riva del Corno con un braccio verso Largo N. Pacassi e l’altro verso la via omonima, poggiano su un terreno ghiaioso di alcune decine di metri, terreno dell’Isonzo dopo che le acque diluvionali dell’era quaternaria o neozoica si ritirarono nei loro letti più profondi, hanno lasciato scoperto una conca alluvionale ondulata formando il divenire dei territori Corno- Ghetto- Borgo Carinthia-Prestau come anche tutti gli altri rioni della città di Gorizia.
La conca di Gorizia, composta inoltre da altri borghi, è attraversata da un solco profondo percorso da acque azzurre, circondata ad occidente e a oriente da colline eoceniche dell’era cenozoica o terziaria, emerse circa 30 milioni di anni fa dal mare eocenico ai piedi dei monti triassici dell’era mesozoica o secondaria dell’altipiano di Ternova a NO-NE e a E-SE della catena dei Fajti hrib emersi circa 150 milioni di anni fa dal mare triassico.
Quando i ghiacciai isontini Wurmiani dell’ultima grande glaciazione si ritirarono ai piedi dei colli che circondano a oriente e a occidente la conca di Gorizia, dopo i pericoli alluvionale e diluvionale in relazione al ghiacciaio di Tolmino, si presentò, come già accennato, ondulata a terrazzi come traccia del loro regresso.
Ondulazioni e avvallamenti del primo gradino terrazzo dell’Isonzo composto da materiale ghiaioso alluvionale quaternario dell’Isonzo o trascinate dalle acque torrentizie dei vicini versanti collinari di alcune decine di metri di profondità. Per più ampie notizie vedi A. Comel. (1)
Il terrazzo parte da Salcano costeggiando l’omonimo stradone ( oggi Cesta IX Korpus ) entra in Italia dietro l’ex campo contumaciale – già caserma dei germanici e della X Mas, indi casermette per i profughi – percorre la via della Levada terminando in via del Ponte nuovo ( oggi viale XX Settembre ) delimitando il piano più elevato del territorio della conca di Gorizia, con salite discese e avvallamenti come la “ Piazzutta” o piazza Nicolò Tommaseo, la piazza del Corno e la Valle del Corno detta “ Buso della volpe” e tutte le strade da e per la Piazza Grande ( detta della Vittoria) del Duomo (Cavour), San Rocco, ecc.
Il torrente Corno nasce e sgorga nei terreni sotto il monte Santa Caterina dalle acque torrentizie a occidente del Bosco Panovitz e scorre sotto il Convento della Castagnavizza costeggiandolo, passa sotto la linea ferroviaria della Transalpina e poi in mezzo all’abitato dove sopra l’acqua scorreva una corrente d’aria fresca, scorreva, oggi non più perché è stato coperto e trasformato in un canale fognario.
La via del Corno venne aperta verso la fine del 1700 e il torrente venne coperto da un tunnel con entrata presso la casa del pellicciato Perinzig e l’uscita all’altezza dell’ingresso nell’azienda deposito vini Amadio Bolaffio dopo essere passato con una curva sotto Largo Pacassi. Di questo tunnel ne parleremo ancora.
Abbiamo raggiunto ormai l’età scolare e ci rechiamo a scuola nella prima classe popolare di via del Camposanto ( S. Gabriele) dove riceviamo i primi libri gratuitamente : il libro di lettura per le scuole popolari con l’effige in ovale di Dante sul frontespizio e il libro di aritmetica per le scuole popolari austriache del cav.dr. Fr. De Mocnik e sotto in fondo alla copertina in mezza tela l’aquila imperiale. Prezzo 36 h.(helter = centesimi di corona ) stampati a Vienna nel 1908.
Questa la prima esperienza che fisso nella memoria persone,voci e canti di quei tempi lontani di quella gente che abbiamo visto e scomparsa per sempre. Godi, fanciullo mio : stavo soave stagion lieta è cotesta ( G.L. ) (2)
Si usciva e si entrava al ritorno da scuola per la casa n.9 di via del Corno. In questa casa abitava la guardia di P.S. Antonio Kumar di Schӧnpass con la mezzaluna n.1 in metallo sul petto e relativo giaco e spada. Di lui si raccontavano diverse storielle tutte vere si diceva. Un giorno mentre saliva in fretta su per via Formica alla caccia di un supposto ladruncolo, vide affacciarsi ad un portone “ l’Ede uarb “ – Edoardo Ciuffarin che era stato accecato di un occhio con uno spino da una muta – e gli chiese : Ciò Orbo ! te ga visto il Socia ? e l’altro pronto s rispondergli : mi son orbo e no vedo niente !.
Allo stesso secondo piano abitava la famiglia di Angelo Spazzapan successo alla ved. Cainero nel negozio di commestibili al piano terreno della stessa casa. Per un dissesto il negozio veniva poi gestito col nome della moglie, signora Luigia. Un giorno la “ siora Gigia “ venne e diverbio con la signora Giuliana Bonnes, la quale dalla finestra del primo piano sulla strada le gridò : Cò l’è il me nom ! mostrandole contemporaneamente col dito la tabella insegna di suo marito, il sordo Ferdinando pittore e suonatore di clarinetto. Al che la siora Gigia girando il posteriore si battè con le mani i muscoli glutei rispondendole di rimando: ecco il so nom !.

( continua )

note aggiunte :
(1) A.Comel : interessantissime pubblicazioni sull’argomento in BSI
(2) G. L. : Giacomo Leopardi – poesia “Il sabato del villaggio “

fonte : articolo corrispondente
fonte : articolo corrispondente
fonte : articolo corrispondente
fonte : articolo corrispondente

Archivio e fonte

BSI- Coll. GRC GIOR 97 anno 1981

BPG- Coll. Raccolta articoli da giornali – busta 536

————————————————————————————————-

( 9 ) VOCE ISONTINA – N.39 – del 26 settembre 1981 

Gorizia segreta – Un presagio di lutti
di Luigi Visintin

Usciamo ora, dopo assolta la frequenza dell’asilo per l’infanzia, dal n. 4 della Riva del Corno, pergolato, scalette e corridoio della via interna per il portone del n.9 della via del Corno, che sarà la nostra nuova via per la scuola popolare d’obbligo in via del Camposanto 31 oggi 47, cantando verso la nuova via, verso l’ignoto : e su per “sti” scalini e su per sti scaloni; alla scuola amici a gara l’ora è già non tardiam più- lieta scuola ove s’impara fuggir l’ozio e amar virtù….
Qui, in questa via del Corno, una delle più importanti vie di traffico della Contea e della città verso i paesi della Val Isonzo e le città del Nord, la Carinzia e l’Austria , e ciò fin quando non fu aperta la nuova via che fu poi la via Silvio Pellico, in seguito alla costruzione della ferrovia Transalpina delle Caravanche. Qui ripeto, passò tutta la nostra infanzia, di bravi scolari, ma anche di monelli che hanno fatto di tutti i colori, fino allo scoppio della guerra del 1915 fra l’Austria e l’Italia, dove per 15 mesi assistemmo alle sei battaglie dell’Isonzo fino alla caduta di Gorizia del 9 agosto 1916, passando momenti drammatici durante i terribili e bombardamenti di giorno e di notte, in special modo quello iniziato il 18 novembre 1915 da parte di tutte le artiglierie italiane della 2° e 3° Armata che potevano arrivare sulla città. Ciò per consiglio del generale colonialista del Madagascar Joffre Cesar-Joseph Jacque comandante in capo dell’esercito francese. I soldati e gli ufficiali di artiglieria italiani, che ciò non avevano voluto , compreso il maresciallo Cadorna, sussultavano ad ogni sparo perché sapevano che sparavano anche sulla popolazione inerme. Anche strategicamente questo fu poi giudicato un inutile bombardamento…….
Durante una delle prime uscite dalla Riva sulla Via del Corno in un pomeriggio del 1908, vidi passare un imponente funerale che mi i fece tanta impressione da lasciarmi ancor oggi dopo settanta-tre anni un profondo ricordo. I funerali passavano per la via del Corno perché la via S. Pellico non era stata ancora aperta al traffico ed erano diretti attraverso la piazza Catterini per il viale alberato con ippocastani di via del Camposanto, lungo un chilometro, al Cimitero della Grazigna in funzione dal 1895 dopo della dismissione del cimitero vecchio oggi “ Parco della rimembranza “.
Era il funerale del generale della cavalleria austriaca conte Christoph von Degenfeld-Schonburg di Magonza ( 1831 – 1908 ) venuto a Gorizia nel 1866 quando il Veneto passò dal dominio austriaco all’Italia. Era stato a Vicenza e a Verona durante la battaglia del Risorgimento italiano. Abitò in via Alvarez, nella Villa Locatelli dove fece costruire il giardino poi nel palazzo Formentini dove morì e da dove partì il funerale. Il conte Coronini mi disse che era di religione protestante. Sua moglie ex cameriera di oltre trent’anni più giovane, nata in Stiria nel 1863 e deportata nel 1943 perché ebrea. Non so se sia ritornata. Era leggermente zoppicante e dava spesso dei trattenimenti per gli ufficiali al primo piano della sua abitazione di via del Ponte Nuovo. Un assiduo frequentatore era il tenente di artiglieria Resberg , figlio del proprietario dei molini Resberg di via Cappuccini.
Il carro funebre era tirato da quattro cavalli neri bordati a lutto e seguito da un ufficiale il quale portava su un cuscino le decorazioni del defunto generale e, subito dietro un soldato a cavallo nell’armatura di ferro, “ l’om di fiur “ si disse, e ciò mi fece la grande impressione che ho accennato. Gli uomini d’arme del Medio Evo col feudalesimo si vestivano di ferro. Egli era proprietario di un reggimento ( Inhaber – reminiscenze medioevale ) ungherese, l’83° IR di Szombathely. Qualcuno dei presenti disse che se avessero avuto un po’ di cervello non avrebbero portato elmi così pesanti.
Seguiva poi la truppa ed io volli inconsciamente attraversare la strada passando fra la truppa che mi respingeva e presi involontariamente, col manico di una baionetta , una forte botta al lobo frontale destro che mi produsse un bernoccolo per cui fui sottoposto ai soliti impacchi freddi. Il soldato che vestiva l’armatura di ferro, giunto alla fine del funerale nell’ultimo portone di via delle Monache, vi entrò col cavallo e li cadde svenuto perché, si disse, era stato legato troppo stretto. Si disse anche che fosse morto. Narra Lodovico Uhland che morì anche il paggio che trafisse il nobile suo. Sere per divenir da paggio cavaliere, ma il destriero lo sbalzò di sella e cadde nell’acqua e il pondo della ferrea corazza lo trasse al fondo..
Con la visione di questo imponente e storico funerale, mai visto, né si vedrà più un eguale, si aggiunse un’altra esperienza più profonda della seconda infanzia che fissò nella mia memoria voci, persone e canti che ho visto e scomparsa. Eravamo agli inizi di un’altra era con fatti che cambieranno poi la faccia del mondo. Quel funerale era come un presagio dei fatti militari e di guerra che avrebbero portato in questa nostra terra tanti lutti.

( continua )

Archivio e fonte

BSI- Coll. GRC GIOR 97 anno 1981

BPG- Coll. Raccolta articoli da giornali – busta 536

———————————————————————————————-

( 10 ) VOCE ISONTINA – N.40 – del 3 ottobre 1981 

Gorizia segreta – Vita goriziana in via del Corno
di Luigi Visintin

Dopo la morte del generale della cavalleria austriaca conte Dagenfeld-Schonburg, la vedova contessa Margharete – Frau General- si trasferì dal Palazzo Formentini di via del Ponte Nuovo, oggi XX Settembre , in via Bagni ( via Cadorna ) n.2 oggi 22 perché il proprietario conte Coronini per fare delle riparazioni doveva scoprire anche il tetto. I ricevimenti continuarono con la partecipazione di molti ufficiali capeggiati dal cadetto del 5° regg. di artiglieria di stanza a Gorizia in via Trieste, sig. Resberg figlio del proprietario dei molini Resberg di via San Pietro, 9 ( v. V.Veneto ). Il generale era figlio del Feldmarschall Augusto Fr. Giov. Christph Degenfeld-Schonburg vice governatore di Magonza che prese parte nel 1859-(nota 1 ) alla battaglia di Novara. Dopo il 1866 diversi ufficiali superiori in pensione che avevano prestato servizio nel Lombardo-Veneto , soggiornarono a Gorizia , la “ Nizza austriaca “ , per il suo clima mite , e dove fissarono la loro dimora anche centinaia di famiglie nobili.
L’Italia premeva già alle porte per l’ultima guerra d’Indipendenza. Il confine dopo il 1866 era sul Iudrio ed era evidente che su questa nostra terra s’avvicinava la bufera con la guerra del 1915 , che avrebbe concluso tragicamente un’epoca su questa nostra terra che fu il terreno funereo di dodici battaglie cosiddette dell’Isonzo le più tremende di tutti i fronti della prima guerra mondiale con centinaia di migliaia di morti e di inutili vittorie.
La via del Corno, agli inizi del 1900, era una delle più importanti vie di traffico della città e della contea, l’unica via aperta al transito di tutti i mezzi di trasporto verso il nord. Oltre il borgo Carinthia per piazza Catterini ( Medaglie d’oro ) in tutti i villaggi dei monti circostanti , di Gargano, della Bainsizza, dell’altipiano di Ternova, oltre il vallone di Chiapovano ( Čepovan ) per la valle dell’Idria e Circhina , dopo gli ultimi cipressi di Salcano per le Alpi Giulie.
Questa via di gran traffico era pericolosa per i bambini specialmente nei giorni di mercato per il passaggio di numerosi carri trainati da cavalli o da buoi carichi di legna, di fieno, di vitelli, di frutta provenienti dai paesi vicini o dai monti, nonché dal 1895 anche dei funerali. Quelli appartenenti alla parrocchia di Piazzutta passavano per la via Orzoni compresi i numeri dispari di via del Corno, mentre quelli dei numeri pari appartenevano a quelli di Sant’Ignazio in Piazza Grande.
Fu proprio in questa via che per vedere un funerale ,quello del generale Degenfeld, preceduta dal “ tan tatan tan “ della banda militare, che presi una botta in fronte, involontariamente , dal manico della baionetta di un soldato mentre volevo attraversare la strada fra la truppa che mi respingeva e che mi causò un bernoccolo guarito con gli impacchi freddi di zia Albina de Schiller , moglie del “ barba “ Pepili murador, abitante in Riva Corno n.4.
I medicinali usati da tutti in quei tempi erano due : uno per tutti i mali dell’interno “ l’olio di ricino “ e l’altro per l’esterno, impacchi di “ agua di plomb “ acetato basico di piombo, con i sussidiari per far maturare gli ascessi “ bugnons “ impacchi caldi di un impasto di olio con farina bianca e, contro le croste, piaghe, foruncoli, ecc. applicazioni di foglie di “ rubida- fois di Sbarass “ delle siepi di more.
Poi scoppiata la guerra nel maggio del 1915 per la via del Corno passarono anche i morituri soldati ungheresi, galiziani e dalmati dei reggimenti 22. 23. Zara e 37. Gravosa ( dubrovnik ) che andavano a morire sul Peuma e sulla insanguinata quota 172 di Oslavia, dove “ morirono a mille e mille per voler passare e non lasciar passare “ come sta scritto sull’obelisco di detta quota.
Al n. 19, al piano terra, rialzato della via c’era anche un posto di guardia di galiziani con i fucili e le baionette triangolari di preda bellica russa che facevano servizio nelle vie adiacenti durante l’oscuramento di notte. Erano soldati ebrei che noi andavamo alla sera ad ascoltare sulle finestre mentre recitavano le loro preghiere. Durante i forti bombardamenti si riparavano come noi sotto ai portoni.

nota 1 : errore di data 1849 vedi articolo :

( 11 ) VOCE ISONTINA – N.41 – del 10 ottobre 1981 

(continua )

fonte : articolo corrispondente
fonte : articolo corrispondente
fonte:articolo corrispondente
fonte:articolo corrispondente

Archivio e fonte

BSI- Coll. GRC GIOR 97 anno 1981

BPG- Coll. Raccolta articoli da giornali – busta 536

——————————————————————————

( 11 ) VOCE ISONTINA – N.41 – del 10 ottobre 1981 

Gorizia segreta – Personaggi di  via del Corno
di Luigi Visintin

A chi scrive può talvolta succedere di cadere in qualche errore, per quanto stia attento e cerchi di essere più preciso, poiché c’è sempre in agguato un malaugurato diavoletto dell’errore come è stato nella precedente decima puntata dove, a proposito della battaglia di Novara alla quale aveva partecipato il genitore del generale Degenfeld , che avvenne il 23 marzo del 1849 e non nel 59 come è stato scritto.
Via del Corno era una via popolare, abitata da artigiani e da piccoli esercenti, muratori, falegnami, fabbri, contadini e lavoratori saltuari che aspettavano seduti lungo le vetrine della panetteria Drašček in attesa di portare qualche valigia o la spesa a qualche famiglia per pochi soldi o di andare a giocare al lotto per le vecchie pensionate come la siora Matilde Huala vedova della guardia di P.S.
La via era lunga circa 150 metri e faceva un gomito all’altezza del negozio di commestibili Zollia. Era polverosa d’estate e fangosa d’inverno. La lingua parlata era per la maggior parte la friulana con intrusioni slave e tedesche, data la popolazione cosmopolita che vi abitava. A scuola si parlava l’italiano, a casa il friulano come madre lingua, sulla strada con gli sloveni si balbettava il slavo e in seconda classe popolare si studiava come seconda lingua, il tedesco. Cosi che in questa classe si parlava in quattro lingue. Questo è come le fiabe di “ c’era una volta “. Qui era l’ultima plaga dove si parlava la lingua friulana, al confine fra nord e il sud, a circa 46° di latitudine nord.
Il Caposestiere dell’8° distretto urbano e che abitava al n.8 , se la rideva dello scambio di epiteti fra la siora Giuliana e la siora Gigia sue dirimpettaie al n.9 di detta via e, si divertiva definendole due “ baruffanti chioggiote”. Venne la guerra russa del 1914 e il pizzicagnolo sior Angelo partì per il servizio militare in guerra e , nel 1915 quella con l’Italia e, anche la morte del sior Ferdinando pittore assieme a quella del loro figlio Giuliano idrocefalo e impotente , poveretto a letto da oltre dieci anni che non ragazzi andavamo ogni giorno a trovarlo.
La siora Gigia continuò l’attività di commestibilista nel cui negozio c’era ora sempre maggior affluenza di soldati dalmati- dalmatinzi – fra i quali spiccava per l’altezza e per il pizzo il capo posto di guardia al deposito di munizioni per i Minenwerfer “ sior Ivo “ nell’ex titoria di barba Jacum.
Ora anche la siora Giuliana era impegnata a fare la venditrice. Nei primi tempi, un po’ timida o vergognosa aveva mandato la ragazzina Adele a vendere saponi, di cui aveva un cassetto pieno, nella piazzetta di fronte, che in tempo di pace le villiche dei dintorni portavano a vendere la verdura presso i vicini baracchini di cianfrusaglie, accanto al chiosco rivendita tabacchi e giornali della siora Lucia ved. Vecchiet. Aveva molti acquirenti, fra i quali, il più affezionato era morto da poco a Oslavia, ma i camerati mostrarono il loro buon cuore confortando le lacrime della povera siora Giuliana.
Ma le traversie per lei non erano ancora finite che un giorno capitò improvvisamente in licenza il parrucchiere sior Mario Musig , il quale si precipitò come una furia buttando all’aria la mercanzia esposta davanti alla porta , al n.7 della sua ex bottega nella quale la siora Giuliana si era trasferita dalla piazzetta di fronte dopo aver pagato l’affitto al proprietario possidente “ Signor Consigliere Giuseppe Ciuffarin con macelleria sotto i portici di Piazza del Duomo, perché il sior Mario non aveva pagato l’affitto durante tutto il tempo che era sotto le armi. Così si diceva. Ella vendeva ora anche articoli militari, fazzoletti, cartoline di guerra e anelli ricordo di Gorizia in guerra, anelli di alluminio ricavati dalle punte degli Shrapnells o di rame del cerchi rigato alla base dei proiettili arrivati sulla città a tutte le ore di ogni giorno. Pertanto fra le due siore si era stabilito una specie di tacito armistizio per usare una parola bellica in carattere per quel tempo.
Il sior Mario era una delle più stimate persone del rione che ci permetteva di star seduti sulle due scalette che portavano al suo negozio o di assiderci all’interno ad ammirare la sua bravura di barbitonsore che noi lo chiamavamo il “ gratta cragna “. Ci lasciava, bonariamente, portargli la bacinella con l’acqua per riasciacquare il viso dei clienti , oppure a servizio compiuto , spazzolare i loro abiti. Qualche volta scappava anche qualche mancia trasformata subito in zidele o altri dolciumi a palline colorate.
Il lunedì i negozi di barbiere erano chiusi come anche quelli dei calzolai e, naturalmente , qualche bicchiere in più lasciava qualche traccia il giorno dopo, per cui il sior Mario restava a casa e il negozio chiuso. Qualche volta c’era il sostituto. Il solito ameno sior Caposestiere chiedeva alla moglie perché il sior Mario oggi non lavorava e la moglie che difendeva il marito rispondeva : “ Oh sior Perinzig ! ià tant mal di ciaf il me Mariùt “ e l’altro pronto : “ se tanc quartins siora Clara ? “.
Abbiamo già accennato che nella casa Cainero, al n.9 , oltre che gli Spazzapan e il pittore Bonnes abitava anche la guardia di P.S. n.1 Antonio Kumar da Schӧnpass e i suoi due figli coi quali giocavamo, Mirko e la Milko o Milena. Vi abitò anche la famiglia Sburlino con il capo famiglia, successore nella tintoria di barba Jacum , il quale allo scoppio della guerra con l’Italia , lui era regnicolo, prima di partire aveva detto ai vicini che sarebbe ritornato fra una settimana cioè il tempo che metteva a fumare questo pacchetto , e lo mostrava , di tabacco Herzegiwina. Una settimana che durò oltre tre anni.
Adiacente alla casa n.7 del Consigliere Ciuffarin , la casa n.5 dei calzolai Angelo Gaspardis e cognato Madriz con la figlia Gina. Si accedeva alla casa interna al piano stradale per cinque scalini e, vicino l’osteria del sior Nutili Ciuffarin , detta “ la busa “ al n.3. L’altro ingresso era in Largo Pacassi. Come in tutte le osterie nascono delle baruffe , accadde un giorno che due squallidi teppisti , inoffensivi però nella vita pubblica – questa la differenza fra oggi e allora – soprannominati il Chil e il Kul vennero a diverbio. Il dì appresso circolava nel rione la seguente voce : iàs sintut ? Se ? Ier il Chil e il Kul iàn fat barufa. Il Chili à dati una pontada al Kul in “ Ta Busa .

( continua )

1A11

2A11.JPG

3A11

Archivio e fonte

BSI- Coll. GRC GIOR 97 anno 1981

BPG- Coll. Raccolta articoli da giornali – busta 536

———————————————————————

( 12 ) VOCE ISONTINA – N.42 – del 17 ottobre 1981 

Gorizia segreta – Lo scoppio della grande guerra
di Luigi Visintin

Nessuna meraviglia destò la baruffa avvenuta nell’osteria “ ta busa “ di via del Corno di Natili Ciuffarin come quella descritta nell’11 puntata, poiché episodi del genere accadevano quotidianamente, dato anche il gran numero di osterie gestite da Piazza del Corno per via del Camposanto, Vetturini fino a via Ascoli , circa una trentina con i due grandi depositi di vini e liquori di Amadio Bolaffio , dei fratelli Antonio e Andrea Abuja di via Sant’Antonio 1, e il deposito di birra Steinfeld dei fratelli Reininghaus in via S. Pellico 6. Le zuffe avvenivano anche tra i soldati nelle osterie di piazza Catterini, in quella del Cernowitz in via del Camposanto e in quella “ al polo nord “ di via Formica 9 di Cosmar Giuseppe, dove ballavano al suon di grandi orchestroni con le servotte stiriane, “ le Mizzche o Kellnerze o Soldatinche “ come le chiamavano le popolane, per le quali scoppiavano delle mischie tremende fra i dragoni e qualche volta anche con i civili con conseguenze anche gravi fino a provocare l’intervento dei pattuglioni militari. Al mattino quando si passava per la via Formica per andare alla scuola di via della Cappella, vedevamo sui marciapiedi e in mezzo alla via i cocci dei piatti e i vetri delle bottiglie rotte, e qualcuna anche sporca di sangue.
Il vino era l’unica droga usata allora, poiché non si conoscevano ancora i derivati del papaverum sonniferum né l’erba hatscisch.
La via del Corno, oggi via Balilla , figurava prima come Riva Corno nome che fu dato poi alla viuzza laterale.
Da ragazzini già grandicelli, della IV e V classe popolare, si andava anche nel laboratorio del calzolaio Madriz ad aiutarlo a impeciare lo spago “ la trada “ per cucire le suole o a battere certi chiodini di legno nelle suole “ i cavic “ che talvolta finivano battuti , dalle nostre manine inesperte, sotto le unghie procurandoci delle ferite purulente e fortissimi dolori che sopportavamo stoicamente per alcuni giorni poiché nessuno si sarebbe occupato di noi per simili inezie che potevano invece causare serie conseguenze. Portavamo poi le scarpe ai clienti con la speranza di ricevere qualche soldino “ mancia “ che finivamo poi con cinque soldi nei III posti al cine “ Edison “ del signor Antonio Gaier in Corso Verdi , oggi negozio da barbiere Gremese , a vedere i films “ La ritirata di Napoleone in Russia del 1812 “, “ Nerone “ , “ Gli ultimi giorni di Pompei “ , “ Parsifal “ e films comici con Max Linder. Prima di entrare comperavamo un soldo di “ caramei “ che il gelatiere De Rocco li prendeva da una specie di armadietto a vetri che portava sul petto appeso ad una cinghia che scendeva dai due lati del collo. Si entrava solo alla fine di ogni rappresentazione e ci si metteva in fila vicino ai soldati del reggimento I.R. n. 47                  ( nota a fondo articolo ) stiriano di stanza a Gorizia in Piazza Grande, nel casone del convento dei Gesuiti adibito a caserma, oggi INPS, o ai dragoni del KUK 5° Dragoner Regiment di via Trieste.
I soldati erano dei giovani molto rumorosi e talvolta ci prendevano in braccio quando si apriva la porta d’entrata della sala di proiezione e ci portavano dentro senza biglietto e senza che la maschera osasse a dir qualcosa. Che cuccagna per noi con quei cinque soldi risparmiati che ci permettevano di farci felici con delle cose di niente.
Il signor Madriz all’alba del 9 agosto 1916, usciva dalla casa sulla via dove incontrò la prima pattuglia italiana che entrava in città per la via del Corno proveniente dalla via Orzoni durante la quiete subentrata dopo il ritiro delle forze austro ungariche sulla seconda linea di difesa , Sveta Catharina, Panovitz , Rafuti, quote 174 Ovest ed Est , San Marco , Sober , colline di Biglia, di Merna e Fajti hrib , e ciò dopo 72 ore di fuoco sul fronte e di terrore sulla città durante la 6° battaglia dell’Isonzo o di Gorizia, cimitero d’Europa.
Al sergente capo pattuglia che gli chiese cosa stava facendo lì, egli rispose che era uscito dalla sua casa, indicandogliela , a prender aria. Il segente gli ordinò di attendere lì e di non muoversi che loro entravano un momento ad ispezionare l’interno del caffè Aurora , già caffè Nascimbeni, oggi ufficio Postale. Preso dal timore di essere sospettato di essere una spia, come del resto venivano sospettati tutti i civili trovati in quei giorni a Gorizia. I bandai Collazio padre e figlio furono confinati senza motivo all’isola di Ponza , e, proprio in quel giorno fu fucilato come spia nemica , senza processo, il frate del convento della Castagnavizza padre Alessandro Wavpotic , padre francescano, nei pressi della casa n. 17 di via del Bosco, di anni 43 , il 9 agosto 1916. Il vescovo castrense era arrivato troppo tardi da Udine per salvarlo.
Il Madriz era scosso dai bombardamenti e dall’improvvisa apparire di quei soldati in assetto di combattimento che applicavano senza indugi la legge di guerra, non aspettò e scappò dirigendosi per il ponte sul Corno di via Principale Eugenio ( nome dato alla via S. Pellico durante la guerra con l’Italia ) verso il tunnel della ferrovia, sotto il colle della Castagnavizza, dove si era rifugiata la popolazione di via del Camposanto durante lo spaventoso bombardamento.
Allora il torrente non era coperto e d’estate l’aria fresca delle acque aleggiava sul rione. La generazione attuale non ha mai visto il torrente scoperto che passa attraverso la parte settentrionale della città fiancheggiando a oriente la via omonima e passando per la via Torrente e fra le vie Barriera ( oggi Catterini e Camposanto ) raggiunge , passando sotto la linea ferroviaria , la località “ La Bianca “ e la via delle Alpi Giulie , ora in Jugoslavia. E’ un fatto incredibile come le cose possono mutare nell’arco di qualche generazione.
Dopo le piogge e gli acquazzoni , che lo ingrossavano paurosamente fino a trascinare via la casetta dei Pettarin situata allora più a monte dell’attuale, nelle cui acque divenute chiare, le lavandaie riasciacquavano il bucato scorrevano fra i prati dove oggi il torrente è stato trasformato in una fogna maleodorante e inquinante il sottosuolo della città con sopra uno strato di cemento a cui fu dato , quasi ironico contrasto, il nome di un illustre cittadino che brillò nell’arte della pittura, vai Italico Brass sotto il ponte di Santa Chiara fino alla valletta del Corno.
Abbiamo incontrato il Madriz il giorno stesso in un’osteria di Prevacina che preso dalla fame cercava cotiche ( crodighe ) nei piatti di minestra abbandonati dalla gente scappata per l’esplosione di un vagone di munizioni in sosta alla vicina stazione ferroviaria, causata dal bombardamento di un aeroplano Caproni.
Così cominciò la nostra odissea di profughi in terra straniera. Lui finì profugo in Austria nelle baracche di Wagna presso Leibniz e la sua famiglia evacuata da Gorizia, fu profuga in Italia , in Toscana.

( continua )

nota :                                                                                                                                corretto da 37 a 47 come scritto in ( 13 ) VOCE ISONTINA – N.43 del 24 ottobre 1981

 

prova 022 - Copia

prova 040

Archivio e fonte

BSI- Coll. GRC GIOR 97 anno 1981

BPG- Coll. Raccolta articoli da giornali – busta 536

Le foto che seguono , che interessano Gorizia , sono dal libro  ” La Domenica del Corriere va alla guerra ” di Gianni Oliva – Il 1915-18 nelle tavole di Achille Beltrame –

A

B

C

D

——————————————————————-

( 13 ) VOCE ISONTINA – N.43 – del 24 ottobre 1981 

Gorizia segreta – Verso piazza Catterini
di Luigi Visintin

Salendo per la via del Corno verso piazza Catterini, c’era al n. 9 il negozio di terraglie di Orsola ved. Clinz. Vi si accedeva scendendo per uno scalino sotto il piano strada : oltre alle pentole e ai vasi di terracotta, vendeva anche giocattoli ,bellissime immagini sacre a colori con i bordi a larghi e splendidi ricami e rosari che la vecia Clinza , come noi la chiamavamo, andava a vendere durante i pellegrinaggi e le feste religiose a Monte Santo. Aveva un figlio pittore di nome Luigi detto il “ chesso “ che sposò Emma Spangher ( sorella della moglie del pittore Vidali  (*) suo socio ) dopo la morte del pittore Pertot morto nel 1914 sui campi di battaglia della Galizia orientale. Un altro figlio era un intellettuale spesso assente. La figlia nina era un po’ stravagante e noi la chiamavamo la “ Nina mata “. La siora Emma coi suoi cinque figli abitava al n. 11 , secondo piano con le finestre sulla via. Il santolo Luigi era un ottimo professionista. Durante la guerra era sotto le armi e nel 1915 la famiglia fu profuga a Trieste in via della Guardia.
Nella stessa casa, al secondo piano interno, abitava una certa Fede , alla quale il dott. Pittamitz aveva prescritto l’olio di ricino dopo una visita a distanza fatta per via aere dal cortile di Riva del Corno sul quale si affacciavano le finestre del secondo piano interno della suddetta casa. Fatto che abbiamo già descritto in altra puntata. La povera Fede morì a causa del “ mal de misere “ come si usava dire in quel tempo, riferendosi ai mali della cavità addominale, poteva essere una peritonite o una cirrosi epatica e tutti quei mali che non si conoscevano ancora , come il cancro degli intestini o il carcinoma dello stomaco o del fegato.
Affacciato sulla strada era il negozio del bandaio Matteo Collazio . All’angolo interno della porta d’ingresso era appeso un grande pupattolo fatto con strisce di latta e, appoggiata al muro, fuori della bottega , bene in vista una bicicletta Bianchi. Era il suo hobby e la sua ambizione , guai a criticarla. Un giorno un tale passando di là gridò : “ se rochel “, Non lo avesse mai fatto ! Collazio uscì subito e disse ad un ragazzo di acchiappare quel tale che si buscò alcune scudisciate con la cinghia dei pantaloni.
Nel giorno della commemorazione dei defunti e nell’anniversario della morte di un figlio avvenuta per disgrazia in una caserma di Fiume, metteva davanti alla porta del negozio dei lumicini ad olio e delle fotografie del figlio ucciso da un commilitone involontariamente. Questa sua abitudine gli fu poi vietata dalle autorità di polizia.
Frequentavamo, come tutti i negozi del rione, anche il laboratorio del sior Collazio e, approfittavamo durante la sua assenza per andare attraverso una boccaporta e una scaletta nella sua cantina che comunicava con quella della vecia Clinza . Là prendevamo pacchi di immagini da un cassone per distribuirle agli amici e alle ragazze riempendo così il rione di “ santini “. Nessuno si è mai accorto di nulla : anche noi , inconsciamente, avevamo capito di compiere una cattiva azione. I santi ci proteggevano sempre.
Un altro figlio di Collazio combattè nel 1914 col triestino reggimento numero IR.97(*) nella Galizia ( Russia ) orientale presso il triangolo Lemberg ( Lwow , Leopoli ) Zloczow ,Brody . Sposò una Spazzal dalla quale ebbe diverse figlie , Carmela, Dolores e il figlio Giovanni con i quali giocavamo. Il figlio Giovanni nel 1914 frequentava la 3a classe popolare di via della Cappella e sul davanzale del finestrone della bottega facevamo ripetizione di aritmetica. Il nonno Matteo per premio mi pagò l’ingresso al circolo Charles che debuttava al “ simiteri vecio “ ( parco della Rimembranza ) dove si esibivano gli indiani di Buffalo Bill e i cinesi che scivolavano giù per una corda appesi al codino ,oltre che a tutti gli animali feroci, selvatici e domestici che davano spettacolo nei circhi. Proprio in quel tempo il circo si trovò in precarie condizioni a causa dello scoppio della prima guerra mondiale. Era l’estate del 1914.
Dopo la guerra, un giorno il Collazio cercava una lampada nel parco del Municipio la Giustizia ; e poco dopo sparò al sindaco G. Bombig un colpo di pistola senza ferirlo. Qualcuno asserì che sparò con una pistola a tappi ( strapons ), ma il nipote sostiene che era una vera pistola. Finì col passare sei mesi di prigione. Questo era successo perché il Collazio dava la colpa al sindaco di non aver ricevuto i danni di guerra. Il nipote Giovanni tutt’ora vivente fu idraulico e infermiere all’ospedale psichiatrico al tempo del prof. Basaglia, un emerito che si prodigò per la liberazione dalla prigione a vita dei poveri dementi anche se in parte o recuperabili. Il vecio Collazio anche se un po’ stravagante ed eccentrico era in fondo un uomo onesto e giusto. Giovanni sposò la Iole, figlia del pittore Clinz , che erano vissuti da giovinetti nella stessa casa.
Di fronte al bandaio Collazio c’erano , quasi una vicina all’altra, due panetterie ; rispettivamente ai numeri 10 la panetteria Drašček , che più tardi aprirà un’altra con forno in piazza Corno e, al n. 12 quella di Alessandro Legissa dove andavamo a giocare vicino al forno e alle impastatrici specialmente a quella che dava la forma ai famosi cornetti.
Avevano due sorelle . la “ Teresinuta biela “ e la Pina con la quale andavamo , ancora verso la fine della guerra, a raccogliere legna, tavole e travi che dalle case diroccate erano caduti sulla strada. Giravamo per le strade quasi deserte verso l’Isonzo o per la via della Cappella e del Rafut. Un carretto per il suo forno e uno per la mia famiglia , che poi dovevamo spaccare con la mannaia per usarle, poiché non c’era altro combustibile come il carbon dolce che si usava prima della guerra per farlo ardere nel fornello del focolaio di mattoni sotto la cappa del camino “ la napa “.
Nella casa a tre piani , al n.10 , dove c’era la panetteria Drašček c’è ora una specie di osteria e la casa fu fortemente lesionata da due errati bombardamenti aerei anglo-americani che dovevano bombardare il ponte di Salcano nell’agosto 1944 e aprile 1945.

( continua )

(*) errate corrige – Vivaldi corretto in Vidali ; 497 corretto in IR.97

prova 028 - Copia

Archivio e fonte

BSI- Coll. GRC GIOR 97 anno 1981

BPG- Coll. Raccolta articoli da giornali – busta 536

—————————————————-

( 14 ) VOCE ISONTINA – N.45 – del 7  novembre 1981

Gorizia segreta- “ In nome della legge ……..”
di Luigi Visintin

Nella casa al n.10 , come dalla foto nella precedente puntata, di proprietà Valentinzic ( fratello di monsignor) panettiere in via Rastello , vi abitarono già un secolo prima molte famiglie. Nel 1880 vi abitò la famiglia Klitsch. Dopo il 1900 il prof. Naglig, fratello del dirigente la Scuola popolare di via della Cappella e anche una vecchia maestra che ci mandava a giocare al lotto all’ex-gendarme Sardegna in via Carducci. Al 2° piano vi abitò pure lo scrivente dal 1930 fino al bombardamento anglo-americano dell’agosto 1944 che rese la casa inabitabile.
Al pianterreno dopo la guerra del 15, dov’era la panetteria Drašček la commessa Luigia Ypaviz ( da Ypava=Vipacco ) novella sposa del pittore Silvio Collenz, classe 1890, abitante in via Cocevia n.23,il quale il 25 luglio 1914, in seguito all’ordine di mobilitazione generale mediante manifesti, dovette presentarsi entro le 24 ore al Kader ( deposito ) di Lubiana presso il 3° battaglione del K.K. Lir. N.27 Feldregiment ( Landsturminfanterie Regiment, alpini con la piuma di Gallo cedrone, Gebirgsschϋtzen ). Scrive alla moglie “ indimenticabile “ una cartolina in franchigia, posta militare 48 ( Feld Post ) col permesso di recapitarla mediante il timbro della censura firmato dott. Casapiccola K.K. Bezirkschauptmanschaft- Gӧrz, di pregare Iddio e la Madonna e anche la Madonna delle Grazie di Udine affinchè gli faccia la grazia di ritornare a casa sano e salvo che poi sarebbero vissuti felici.
Era trombettiere di battaglione ( Baons Hornist ) e il 24 agosto, dopo una marcia di 10 ore oltre Leopoli, raggiunse la linea del fuoco presso Brody ( confine orientale con la Russia ) dove combattono per due giorni nella battaglia presso Zloczow-Skwarzawa e dove si dissanguò anche il triestino IR. 97 assieme ai reggimenti di stanza nella nostra regione ( Kϋstenland ) ,gli stiriani e carinziani IR.47, 5° Dragoni, 8° artiglieria e a Pola l’IR. 87 e il 5° Landwehr ( Difesa territoriale ) Pola.
Neanche un mese dopo, nel settembre era già morto e disperso nelle paludi della piatta pianura polacca. Gli austriaci erano in ritirata per cui i caduti non potevano essere raccolti. Ignoti Militi ! Anche la figlia Carmen, che non aveva mai vista, morirà anni dopo per cause di guerra in seguito alle ferite riportate durante il bombardamento del 2 novembre 1915 in via San Mauro ( oggi Br. Etna ) dove la madre sola e gravida di cinque mesi si era trasferita da via Municipio, presso il n.49 nei cui pressi erano appostate batterie e artiglieri comandati da ufficiali ungheresi.
Quanti del Friuli orientale, goriziani, triestini e polesani morirono sul fronte della Serbia e della Russia dispersi e insepolti. Quando, almeno una stele in memoria di questi nostri sventurati conterranei, verrà eretta in qualche luogo del nostro Friuli come è stato in tutti i paesi della terra per i loro morti in guerra di tutti gli eserciti ? Ho visto in alcuni paesi slavi delle lapidi con i nomi dei loro caduti. Morti anche loro per…la patria ! Come i nostri e come usavano allora a confortare così miseramente un sì grande doloroso lutto. Su un calendario del 1921 hanno riportato il ritratto di tutti i loro morti con la scritta : “ Oj , Zlata mati-domovina ,a Krvjo, solzami napojena……..che vuol dire : O dolce madre patria, coperta di sangue e di lacrime.
Anche la casa del pittore Leghissa fu resa inabitabile e un ragazzino che giocava a carte con un altro fu trovato morto in una stanza. La casa fu riparata e oggi ha tutto un altro aspetto. Appresso alla panetteria egli gestiva anche un’osteria in due locali che volle chiamarla per coerenza “ al fornareto “ dove, dopo la guerra, ballavano i soldati italiani, valzer, polche, mazurke e one step allora di moda al suon dell’armonica suonata dal proprietario signor Alessandro Leghissa.
Una sera gli arditi ci offrirono una cena, imbandita nel locale rivendita pane , a base di pasta asciutta e pollame che avevano portato da una passeggiata notturna fatta nella distrutta Salcano. La cena trascorreva lieta allorchè dall’esterno, oltre le saracinesche , rintronò nell’interno una voce : “ arditi della pasta asciutta “. Apriti cielo, gli arditi come un solo uomo e col pugnale alzato come all’assalto, si precipitarono fuori strada ormai deserta. Dopo alcune minacce e imprecazioni e, mentre si accingevano a rientrare si sentiva verso Piazza Catterini l’eco di un canto lontano: “ se non ci conoscete guardateci le mostrine, noi siam della brigata che rubava più galline “ , canzoni di quel tempo come quella delle “ rose rosse “ senza alcun significato politico, ma perché “ in un giardino che fu devastato perché la guerra feroce v’entrò, tutte le rose dal sangue arrossate, sangue che tutte le rose macchiò”.
Dopo la guerra, sempre al n.12, un certo Petrusic detto il “ mago “ che puliva le rotaie del tram. Aveva sposato la ved. Piccoli con un figlio detto “ carobula “, il quale si arruolò volontario nel 1943 (*)  con gli alpini, suoi commilitoni e morirà in un agguato partigiano presso Santa Lucia di Tolmino, oggi Most na Soci. L’altro figlio, suo fratellastro, Davide aprì una bottega da barbiere in via Carducci.
Più su al n. 14 c’era un’altra osteria “ alla Primavera “ della ved. Orazietti madre di un nostro maestro nella scuola popolare di via della Cappella, maestro emerito per serietà, come tutti del resto. Un altro figlio moriva a Parigi. Adiacente all’osteria alla Primavera c’era la piccola casa ad un piano della signora Devetag con negozio di verdura. Aveva quattro figli, uno avvocato e l’altro, Toni era impiegato alla Cassa di Risparmio e atleta nella corsa di velocità ( 100 metri piani ) ; una figlia maestra pensionata e ricoverata; dell’altra si son perse le tracce nel Sud America. Oggi la casa è disabitata e in completo abbandono.
Al n.20 la casa della ved. del col. austriaco Koralek deportata senza ritorno; era allora abitata dalla famiglia del figlio di nonno Matteo Collazio che finì profuga a Lubiana e il capo famiglia in guerra in Russia.
Al n.13, di fronte al Leghissa , c’era la bottega del barbiere Carletto Bradascia con la moglie levatrice, oggi ostetrica, e tre figli dei quali il più vecchio Alessandro fece il servizio militare con la prima leva nel 1922, dopo che queste terre furono annesse al Regno d’Italia. Fece poi il carradore a Roma dove imparò il gioco della “ passatella “ e lo insegnò a noi quando ritornò a Gorizia.
Era mio compagno di banco nella I classe della scuola popolare di via del Camposanto n.31 oggi n.47. Era molto vivace e la bacchetta del nervoso maestro trentino Bonomi lo raggiungeva spesso e anzi un giorno gli arrivò anche la stecca metallica del pallottoliere che ci spaventò. Mi pare che la scuola di Ruda sia intitolata al suo nome. Il sior Carletto per dissapori in famiglia spesso alzava il bicchiere per cui alla sera andavamo noi , con Alessandro e l’altro fratello Carlo a chiudere la bottega. Una volta ci cadde addosso il lastrone della finestra, tagliuzzandomi la testa e il collo. Era allora di moda appioppare anche ingiustamente il nome di “ rem di galera “ ai più vivaci e così fu anche per i due Alessandri di via del Corno. Rimasto vedovo della levatrice sposò una certa Maria Hojak di Chiapovano.
La domenica sera, barbieri, calzolai, muratori e altri lavoratori – quando le osterie avevano chiuso ed essi avevano abbondantemente bevuto e concluso la partita a bocce alla “ Bona botte “ – si portavano alla stazione transalpina , dove il locale ristorante era aperto tutta la notte, per bere l’ultimo bicchiere. Quando la gazzarra aumentava unitamente a qualche caso di violenza, il gestore chiamava la polizia che inviava la guardia di servizio. Proprio una di quelle serate era di servizio la già menzionata e famosa guardia Kumar, il quale vista la scena turbolenta dichiarò : “ In nome della legge tutti in arresto “ . Allora il sior Carletto incominciò ad implorarlo dicendo : “ ma sior Antonio ! go i fioi piccoli a casa e la moglie malata, la prego la me lassi andar “ . Allora la signora guardia Kumar cambiò parere, trovando una sfumatura fra la decisione e il dovere professionale esclamando in linguaggio che era in parte friulano, in parte dialetto veneto e parte in lingua : “ brut bagabunt marsch a casa ! indrio il nome della Legge “.
Ritirato il nome della Legge, tutto era salvo e i goriziani respirarono la buon’aria della legge Kumar.

( continua )

(*) errata corrige- 1942 corretto in 1943

b14

a14

Archivio e fonte

BSI- Coll. GRC GIOR 97 anno 1981

BPG- Coll. Raccolta articoli da giornali – busta 536

—————————————————-

( 15 ) VOCE ISONTINA – N.47 – del 21  novembre 1981

Gorizia segreta- Storie di uomini e donne coraggiose
di Luigi Visintin

Dopo la prima guerra mondiale, nella bottega da barbiere Bradascia subentrò il sarto Jarc di S. Pietro perché la casa Drašček, dove prima abitava, andò in fiamme l’8 agosto 1916 colpita da granate incendiarie. Egli continuò la sua attività di barbiere in via Duca D’Aosta dopo il cimitero vecchio. Più avanti un negozietto di verdure della Mizza e un altro di cianfrusaglie con l’abitazione di una certa ved. Forcessin detta la “ schizza “ con tre figli , uno dei quali fu capo squadra alla Milizia MVSN . Era un po’ ingenuamente tonta. Partì profuga per Trieste subito appena scoppiata la guerra del 1915 , con gran pompa, in carrozza coi suoi figli, alla presenza degli abitanti del Corno che le fecero tanti saluti accompagnati da sorrisi e da frasi ironiche senza senso. Piccolo mondo…….
Sopra il primo piano- piano casa del Monte di pietà – abitava la giovane Maria Cavolini profuga da Canale d’Isonzo. Ricordo le scene e le lacrime di Maria e delle sue amiche al racconto che fece, in un pomeriggio dell’estate 1915 , il caporale Bellotti di Ragusa ( Dubrownik ) del 37° reggimento Ldw. Gravosa , appena sceso da Oslavia dove poche ore prima era stato un assalto alla quota 172 di Oslavia da parte degli italiani e sul terreno in declivio erano rimasti 500 soldati fra morti e feriti. Uno di questi, ferito gravemente, era arrivato cadendo fino alla loro trincea e pregava gemendo che lo tirassero dentro ma non poterono farlo finchè era giorno, perché avrebbero dall’altra parte sparato e gli dissero di aspettare che facesse buio. Lui però continuava a gemere e a pregare. Allora un soldato austro-dalmato mosso a pietà , si alzò per tirarlo dentro nella trincea , ma in quel attimo stesso una sventagliata di una mitragliatrice italiana raggiunse il ferito e le pallottole lo trapassarono dai talloni alla testa. Questo raccontava il combattente di Oslavia, di uno dei punti più combattuti e sanguinosi di tutto il fronte dell’Isonzo, alle ragazze del Corno in presenza di noi ragazzini che non comprendevamo neanche ancora i pericoli mortali ai quali eravamo esposti ogni momento del giorno e della notte. Anche quelle ragazze erano esposte alle nuove esperienze e ai primi fatti traumatizzanti dei primi mesi di guerre e, ricordo ancor oggi le loro angosciose esclamazioni ed il loro pianto. Il peggio doveva ancora venire. Maria sposò poi il pittore Zei di via Ascoli. Nella casa a fianco , n.15 , l’officina meccanica di Tiziano Bradascia ,fornita di attrezzi per dodici operai, 12 lime,12 martelli, 12 morse ecc. che la madre , una Sapla di Sturje ( Carniola ) presso Aidussina ( Litorale , Kϋstenland ) aveva portato in dote mezzo milione di Corone, una somma favolosa per quei tempi quando una casetta poteva valere dalle venti alle quarantamila corone.
La sorella di Tiziano sposò un ammiraglio austriaco e il loro figlio era direttore della stazione ferroviaria di Vienna. Tiziano ebbe molti figli. Il figlio Domenico , Meni, abitante in via Vaccano era anche fabbro e prestava servizio permanente presso l’Arciduca Salvatore , cugino di Francesco Giuseppe, nella villa Cicconi, oggi via Palladio, dove si sono trasferite le Suore Orsoline. L’Arciduca aveva una corporatura enorme e doveva essere aiutato per salire in carrozza, pendente dalla sua parte , con la quale a tiro di due cavalli andava ogni giorno a Messa nella Chiesa dei Gesuiti in Piazza Grande. Alla sveglia gli erano intorno tutte le giovani donzelle che Egli voleva presenti durante la Sua toilette. Il Meni doveva portargli ogni giorno in nuovo pettine e un barbiere veniva ogni giorno a fargli la barba. Tutto questo mi raccontava il buon Meni.
Un altro figlio era il barbiere Carlo marito della levatrice Caterina Perion e altri sei, dei quali Giovanni conduceva il rullo compressore del Comune per la pavimentazione stradale. Diverse figlie. Una sposò il capostazione Deveglia, un’altra il rag. Mondolfo ex ufficiale austro-ungarico reduce dalla prigionia in Siberia che scrisse anche un diario riportato nel libro di Camillo Medeot col titolo : Friulani in Russia e in Siberia 1914-1919.
Il figlio Riccardo ereditò l’officina di via del Corno. Era stato militare austriaco e durante la guerra fece servizio militare nelle K.u.K. Auto Kolone , come lo vediamo nella foto qui riportata alla guida d’un pesante camion Saurer senza gomme. Gli è accanto in piedi, Zanetti , detto “ Zan baba “ figlio del Blas Zanetti ,falegname, abitante con i figli Arrigo e Pina in riva del Corno 1. Il Blas faceva servizio durante la guerra con l’Italia nella compagnia lavoratori Abteilung Kompanie. Il figlio , Zan baba , faceva servizio, dopo la guerra , presso la ditta Ribi e Mauer e, nel 1943, durante un trasporto, fu ucciso in un agguato partigiano presso Canale. La foto lo ritrae in piedi con il Bradascia al volante in un bosco presso Aidussina.
Riccardo Bradascia era un ottimo elemento , patriota e buon d’animo, un po’ stravagante. Un giorno passando in carrozza per il ponte di Piuma, fece un gesto da gran signore gettando nelle acque dell’Isonzo un biglietto da mille lire, la paga di un mese di un impiegato anziano. Veniva da me ogni sabato perché gli facessi i conti dei lavori in ferro, eseguiti durante la settimana nella sua officina. Era splendido e generoso. Fra i suoi dipendenti c’era il corridore ciclista Siroch di Salcano che gareggiava sulla pista della Campagnuzza con l’attuale commerciante di biciclette ecc. Rodolfo Vuga il quale, ultra ottantenne, prende ancora parte alle marce domenicali. Riccardo sposò una bellissima ragazza di Podgora ( Piedimonte del Calvario ) una certa Giannina di cui si parlò molto per i suoi numerosi corteggiatori. Egli morì in circostanze drammatiche. Anche suo fratello Maurizio morì misteriosamente.
Al n.17 abitava il commestibilista Antonio Zollia detto “ Santuz “ perché molto pio e devoto. Era subentrato nelle mansioni di caposestiere al pellicciaio Edoardo Perinzig , detto “ Edili manessar “. Aveva posto ai due lati della porta d’ingresso al suo negozio, una per parte, due botticelle con dentro in una delle sardelle salate e nell’altra formaggio “ ciuc “ che era un insieme dei resti di diversi formaggi mescolati e messi a fermentare nell’aceto. E anche una ciottola piena d’acqua per i cani randagi contro la rabbia. Un figlio era il dott. Zollia , futuro segretario del Comune di Gorizia. Due figlie maestre, di cui una sposò il maestro Fantuzzi Alfredo molto noto per la sua attività patriottica , il quale nella raccolta di testimonianze di C.L. Bozzi su Gorizia e l’Isontino nel 1915, ci dà un’ampia descrizione sui profughi e sugli internati isontini e istriani nei campi di concentramento in Austria. Un’altra figlia sposò , credo de Schiller poi Sillegi , impiegato presso la ditta imposte e consumi Bozzini e Gionchetti in via Mazzini.
Il figlio più giovane, handicappato , era addetto a suonare le campane presso la Chiesa di Sant’Ignazio in Piazza Grande.
La Zia , “ agna Albina “ de Schiller , moglie del Pepili murador , morta prima che scoppiasse la guerra nel 1914 , e sepolta nel cimitero della Grazigna, oggi centro città Nova Gorica , e dispersa in quel cimitero che fu poi teatro di aspri e sanguinosi combattimenti. Era cliente del signor Zollia per cui ogni anno riceveva un libricino calendario offerto dalla fabbrica della Cicoria Franck con inclusi , oltre che alle effemeridi , anche dei bei racconti. Durante le sere d’inverno nella grande cucina, seduti tutt’intorno su piccoli scanni sopra il grande focolare in mattoni sotto la cappa del camino, “ la napa “, ella leggeva , agli adulti s’intende ,noi orecchiavamo dietro la porta socchiusa della stanza da letto, il racconto sulle commoventi vicende del vecchio sarte Fridi, il quale trascorreva le giornate ora tristi o liete, tormentandosi dall’alba al tramonto cucendo con la vecchia macchina Singer con ruota, cinghia e pedale , sul quale doveva posare e muovere i piedi per trasmettere l’energia cinetica di movimento per 10-12 ore al giorno con conseguenti flebiti e logorii articolari.
Durante le lunghe sere d’inverno illuminazione a petrolio, come del resto anche da noi durante detti racconti : illuminazione prodotta dalla fiammella dello stoppino ( paver ) che pescava nel petrolio contenuto nel cipollone di vetro con sopra un tubicino a protezione della fiammella e così, finchè un giorno vecchio e stanco si addormentò sulla macchina da cucire per sempre.
Lascio al lettore ad immaginare l’impressione che fece ai grandi ,ma ancor più a noi piccini, la misera fine del povero sarto Fridi. Quella notte sognammo di vederlo, per nostra sognante volontà, in Paradiso. Ricordi di oltre settant’anni fa……Morte sul lavoro dopo aver lavorato tutta la vita………Così, eravamo felici……una volta.
Le scatole contenenti la cicoria Franck erano fatte con legno sottile, e noi le usavamo per fare dei piccoli carrettini su quattro ruote ricavate da due rocchetti di filo, dopo averli segati per metà. Con uno spago li trainavamo in giro per le stanze con gran divertimento e gran rumore sui vecchi pavimenti di tavoloni rabberciati e con larghe fessure dove talvolta spuntava anche qualche topo ( surìs ) oltre ai soliti scarafaggi, blatte ( sciursks ,boccoli ).

( continua )

a15

b15

Archivio e fonte

BSI- Coll. GRC GIOR 97 anno 1981

BPG- Coll. Raccolta articoli da giornali – busta 536

( 16 ) VOCE ISONTINA – N.48 – del 28  novembre 1981

Gorizia segreta- I polacchi e la guerra
di Luigi Visintin
Nella casa accanto del caposestiere A. Zollia , al pianterreno del n.19, abitava, dopo la guerra ,la famiglia del commestibilista C. De Blas con la figlia maestra e i tre figli , dei quali un atleta olimpionico alle olimpiadi di Los Angeles nel 1932 e morto tragicamente sotto un camion in piazza De Amicis , un altro arruolato nella R. Marina italiana e il terzo impiegato al Monte di Pietà.
Durante la guerra, nell’autunno del 1915, negli stessi locali era acquartierato un reparto di soldati ebrei galiziani che facevano servizio di ronda nelle notti sulle strade immerse al buio più profondo, sia per l’obbligo dell’oscuramento , che per la fitta nebbia che in quell’autunno di guerra 1915 era stata durante le offensive autunnali , 3° e 4° battaglia dell’Isonzo, assieme alle piogge e all’inclemenza del tempo, particolarmente densa. Tutta la città era immersa nel buio, tanto che era assai difficile orientarsi per attraversare una via o una piazza. I soldati usavano le lampadine tascabili, ma anche quelle con scarso rendimento. Verso sera, talvolta andavamo a curiosare attraverso le finestre e ad ascoltare i loro canti religiosi al debole chiarore di lumini ad olio.
L’80° Infanterie Regiment di Zlocòw e Teatynska , dalle mostrine rosso scarlatto e con bottoni bianchi , assieme al 30° I R di Leopoli e Cytowielna , dalle mostrine grigio-luccio e coi bottoni gialli, formavano la 60° Infanterie Brigade galiziana. L’80° copriva il settore di Oslavia nella IV battaglia dell’Isonzo e il 30° sostenne tredici assalti nella III battaglia ( 18/X – 4/XI/1915 ). Nella Val Piumica era stato eretto un monumentino ricordo dell’80° fanteria : Piumica Wacht. Nel cortile interno, dopo il n.19 , abitava il carradore trasporto legna da ardere Goriziano detto “ Toni pavon “ perché aveva un pavone.
Veniva poi il Palazzo del barone Eugenio Ritter con orientazione di Via Orzoni e corrispondente al n.17 della vecchia militare circoscrizione di Borgo Carintia ( da Ufficio catastale ) con tre facciate , via del Corno, ingresso in Piazza Catterini e la terza in via Orzoni con grande parco che si estendeva fin dove oggi inizia la via Scodnik.
Fino all’inizio della guerra era abitata dalla Baronessa Luisa Ritter , una piccola e bella signora dai capelli bianchi quando la conobbi , sempre accompagnata da un piccolo cagnolino bianco. Presidentessa della Società protettrice degli animali, riceveva nella sua abitazione, dopo la guerra, nell’ex palazzo ammiraglio von Spaun, seduta su una poltrona come un trono e ai suoi piedi, seduto su uno scalino, un ex colonnello austriaco. Era amante degli uccelli e ogni giorno, nel parco Ritter in Piazza Catterini dava da mangiare agli uccelli che accorrevano al suo richiamo svolazzandole intorno fin sulle spalle. Il suo giardiniere, un certo Pepo Drascek , sparava ai gatti e per ogni gatto riceveva dalla baronessa un fiorino. C’era anche una via intitolata al suo nome, la via Luigia, sui terreni donati al comune dai Ritter. Ora via Casale. Ma ?
Il palazzo Ritter era stato abitato anche dai Doerfless, dal Bolaffio e nel 1901 dall’avvocato Tonklj , nipote della Lenassi. Nel Palazzo del Barone Ritter in Riva Corno n.27 , alla quale fu dato poi il nome di via e, di Riva alla viuzza laterale , vi abitò fino al 1894 il maggiore generale in pensione, barone Laner assieme alla moglie baronessa, sepolti a Salcano. Durante la guerra fu distrutto dai bombardamenti e ricostruito dopo la guerra dall’impresa ingegner Bianchi, un piemontese col pizzo accanito giocatore di carte al caffè Garibaldi, che finì poi in Africa orientale.
Dopo ricostruito, il palazzo fu la sede dell’ Onb ( Opera Nazionale Balilla ) per cui anche via del Corno cessò nel suo antico essere perdendo sinanche il nome, si chiamerà col nome pomposo “ Via Balilla “. Quasi un tramonto.
Il nuovo comandante del Palazzo sarà il Seniore ingegner Emilio Cassanego, Presidente dell’Onb , che io conobbi come profugo a Vienna nel Convitto per studenti profughi del sud dell’Austria diretto dai padri Salesiani. Nella primavera del 1918 non lo vidi più perché era stato chiamato alle armi con la legge 1900 assieme anche a Tiberio Mario. Durante la seconda guerra mondiale , il Cassanego prestò servizio nell’esercito italiano e, finita la guerra scomparve assieme a due altri suoi fratelli deportati senza ritorno.

( continua )

prova 049 - Copia

Archivio e fonte

BSI- Coll. GRC GIOR 97 anno 1981

BPG- Coll. Raccolta articoli da giornali – busta 536

 

( 17 ) VOCE ISONTINA – N.49 – del 5  dicembre 1981

Gorizia segreta- I giornali dell’epoca
di Luigi Visintin

Prima di lasciare la via del Corno dobbiamo includere ancora alcuni personaggi e la piazzetta che si estendeva lungo tutto la facciata della casa Drascek fino alla Piazza del Corno. Al primo piano della casa Olivo n. 13 poi del Monte di Pietà , abitava l’istriano sig. Paliska , appaltatore della posta di Tolmino-Caporetto e Caporetto-Plezzo ( Tolmein, Tolmin-Karfreit, Kobarid-Flitsch, Bovec ). Era soprannominato il      “ Paliska zoppo “. Aveva fatto la guerra del 1878 in Bosnia dove fu ferito.

Adiacente alla casa Leghissa, di cui abbiamo già scritto, c’era la bottega del barbiere Musig Giovanni, il quale aveva esposto fra doppia vetrata il busto in gesso di un moretto. Un capo ameno, avendo scorto che al posto di un vetro rotto era stata incollata della carta per tappare la falla, spinse la testa contro la carta fin dentro la bottega dicendo forte : “ bon giorno sior paron “ ! Il Musig attaccò un’altra carta , ma poiché il fatto si ripetè  più volte un giorno si appiattò dietro alla finestra con un bastone, senonchè il tizio, per l’imprevisto, ciò che accade sempre, invece della sua testa spinse contro la carta la testa del fantoccio di gesso nello stesso istante che il bastone del Musig si abbattè sulla testa del pupattolo rompendola……..e bongiorno sior paron !.

Al primo piano, sopra a detta bottega, abitava dopo la guerra, la vedova di un generale austriaco, alla quale, si diceva, veniva a farle visita la moglie dell’ex Comandante dell’Armata dell’Isonzo – 5° Isonzo Armee – Colonnello Generale Svetozar Boroevič von Bojna , la quale lasciò in quella abitazione il suo biglietto da visita listato a lutto : Leontine Baronin Boroevič Oberstengeneralsgattin ( moglie del colonnello generale ).

Vi abitò poi la famiglia del ferroviere Vidrih da Goče di Vipacco , un paesello sperduto in una conca invisibile dalla strada, dove gli abitanti si son mescolati fra parenti con evidenti risultati psico-patologici. Accanto alla famiglia Vidrih , abitò la famiglia del macchinista della ferrovia , il piemontese Alberto Vola con la moglie Adele Visintin e la figlia Dorina. Al piano terra la già menzionata osteria alla “ Primavera “ gestita dalla ved. Maria Orazietti e poi , durante la guerra , dalla “ Frau Marie “ un’austriaca tedesca che ebbe una figlia , Poldi, ora in Australia, con l’Ede uarb , alias Edoardo Ciuffarin. Frau Marie era molto corteggiata e un assiduo corteggiatore era il suo fornitore di birra Dreher “ Herr Vuga “.

Dall’inizio della via del Corno, lungo tutta la facciata della casa Drašček che confinava con un terreno incolto recintato da tavoloni ( breis ), dove i ragazzi della via andavano a giocare, fino alla casa della pellicceria Perinzig e la muraglia di protezione sopra il torrente , si estendeva un terreno a forma triangolare lungo circa una ventina di metri e circa dodici nel lato più lungo chiamato “ piazzetta “.

Su detta piazzetta e lungo tutto il bordo del marciapiede della via, le contadine esponevano, durante la mattinata, le verdure e tutti i prodotti della loro terra nei cesti o sui carretti a mano, con i quali li trasportavano dalle loro case, situate alla periferia della città e del contado.

Al centro della piazzetta, un chiosco a forma circolare ad uso rivendita tabacchi, sigarette, fiammiferi, giornali, carte e affini. Vendeva anche tabacco da fiuto che andavamo a comperare per la siora Matilde ved. Huala nata Miani , una di quattordici figli di un colono di Farra d’Isonzo , pieno di miseria e di fame raccontava. Due soldi di Grez e Trentin ci diceva. Altri tabacchi erano il Drama, l’Herzegovina , sigarette sport marcate in oro e a un soldo l’una, damen col filtro per signore e ungheresi in scatole da cinquanta a un centesimo l’una. Una volta non avendo trovato il tabacco da fiuto o da naso, come si usava dire allora, comprammo invece delle caramelle, ciò fece arrabbiare la “ siora Matilde “ ma poi si mise a ridere e di ciò rideva ancora per anni ogni qualvolta si ricordava e raccontava a tutti la storia del tabacco e delle caramelle.

I giornali in vendita erano il Piccolo di Trieste , il liberal-nazionalista Corriere Friulano , diretto dal prof. Attilio Venezia, mandato da Vienna dove studiava e faceva il corrispondente per il Corriere della Sera, una delle migliori penne del Litorale. Scoppiata la guerra andò come volontario di guerra contro l’Austria, non contro l’Eco del Litorale del partito popolare diretto da mons. Luigi Faidutti, deputato al Parlamento di Vienna.

Il figli, del direttore del Corriere Friulano, prof. A. Venezia, Nino- sebbene handicappato- si arruolò volontario come ufficiale medico per la guerra d’Albania da dove  non tornò più. Lo stesso la figlia professoressa Giulia fu deportata nel ’45, senza ritorno, dopo finito il secondo conflitto mondiale.

L’Eco del Litorale veniva stampato nella tipografia Ilariana- Ilarianska Tiskarna –Hilarisce Buchdrukerei Gorizia, via delle Monache n. 14 , casa Steker con il portone sormontato dallo stemma imperiale degli Asburgo. Vi abitavano anche le maestre Klitsch delle scuole popolari e cittadine femminili di via San Giovanni, oggi pastificio.

La tipografia era fornita di dodici veloci macchine a rotazione , una a mano e un torchio Liberty per la stampa in diverse lingue.

Parallelo all’Eco era il Gorica, stampato nella tipografia Gregorčič di via Vetturini ( Favetti ) n.10. L’altro il Soča , nella tipografia Graberšček di via Signori ( v. Carducci ). La Domenica del Corriere era esposta nella libreria Pallich Giuseppe in Piazza Grande 6 , nei pressi del fioraio Hnatyszyn , dove andavamo ad ammirare le illustrazioni del Beltrame sulla guerra italo-turca del 1911 : con i bersaglieri e i marinai all’assalto ( Viva Tripoli sarà italiana al rombo del cannon. A Tripoli i turchi non regnano più.) ( Naviga o corazzata, benigno è il vento e dolce è la stagion ) contro arabi e beduini del deserto a Tripoli , Bengasi , Zan-Zur , Ain-Zara.

( continua )

prova 054 - Copia

Archivio e fonte

BSI- Coll. GRC GIOR 97 anno 1981

BPG- Coll. Raccolta articoli da giornali – busta 536

( 18 ) VOCE ISONTINA – N.51 – del 19  dicembre 1981

Gorizia segreta- Il mercato, le feste….un mondo che muore
di Luigi Visintin

La rivendita  sulla Piazzetta era gestita dalla ved. Lucia Vecchiet abitante alla “ Bianca “ località alla periferia oltre il passaggio a livello della ferrovia di via del Camposanto ( S. Gabriele ) a cui si accedeva oltre la via delle Officine per la via dei Ferrovieri , oggi in Jugoslavia , e 1. Maja Cesta. La Bianca non esiste più. Oltre alle contadine , c’erano anche dei rivenditori di cianfrusaglie che venivano dalla Bosnia coi loro caratteristici calzoni larghi e stretti alle caviglie e il rosso copricapo Fez. Vendevano pipe, specchietti, taccuini ecc. Un altro tipo originale era il piccolino e leggermente cifosico nel tratto superiore della colonne vertebrale. Veniva durante i mercati del giovedì gridando “ trikete-trakete “ ( legacci e nastri ) spighettis e fuminans ( legacci per scarpe e fiammiferi ). Un giorno scivolò lungo la scarpata presso il Perinzig cadendo nelle acque del Corno in piena, annegando. Andavamo tutti a vedere il povero trikete-trakete in posizione prona a testa in giù nell’acqua. Veniva a vendere i suoi formaggi anche il negoziante Brezigar , un pezzo d’uomo che forse per la sua mole veniva soprannominato il “ nonanta “.Esponeva diverse varietà di formaggi, circa una decina, su una bancarella che copriva con una specie di tenda per ripararli dal sole. Aveva il negozio in via dei Vetturini ( Favetti ) angolo via Vaccano. Suo figlio era dentista in Piazza Grande presso la Coceviutta ( oggi via G.Bombig ).

Qualche volta faceva la sua apparizione al mercato a vender i biscotti, di sua fatturazione, anche il pasticcere signor Riccardo Bertoncini , innamorato della zia Albina, suscitando la gelosia di zio Pepi, il quale si sfogava in casa solo quando aveva bevuto qualche bicchiere in più, rompendo una volta anche uno specchio. Da parte sua il signor Riccardo se la prendeva con la vedova di una guardia di polizia, la siora Matilde, quando anche lui aveva esagerato col vino gridando, nella notte, verso la sua abitazione al primo piano di Riva del Corno ,4 : sappia la signora Matilde che io sono di sangue romagnolo e se ha qualcosa venga fuori e dica pure che il padrone sono io qui, e lo sono anche !  silenzio re risolini dietro le imposte.

Oltre che con la siora Gigia, la siora Giuliana se la prese un giorno anche con la siora Giuditta, la quale le faceva talvolta qualche piccolo favore, dicendo in giro : la Giuditta mi ja dit “ tetis di goma e che soi mata “ e spiritosamente concludeva : “ devi la fami visità parsè pol jessi che vedi resòn “.

Uno dei personaggi interessanti da ricordare e da riportare per il regolare succedersi delle sequenze antropo-cronologiche talvolta omessi, e ci saranno ancora, dovuto al ritardo d’obbligo della memoria, è quello della distinta e ben portante signora Clede  Giovanna, abitante al n.10 di via del Corno ( casa Valentinzig poi Valentini ) assieme alla figlia un po’ svanita e al piccolo sfasato marito.

La signora era di modeste condizioni nella scala sociale dell’aristocratico impero, ma di primaria importanza per il lavoro di specializzata sarta privata ( lavorava di fin , si diceva ) presso l’aristocrazia viennese, dal cui lavoro oggi si è perduto sinanche il ricordo come pure quello importante delle lavandaie. Interessante però sapere che era venuto a Gorizia, dopo il crollo dell’Impero austro-ungarico assieme coinvolto anche quello dell’aristocrazia austriaca, da Vienna dove era stata al servizio di sarta presso la famiglia discendente dal celebre Principe Clemente Metternich von Wienneburg nato a Coblenza , il principale protagonista e l’arbitro del congresso di Vienna durante il quale si formò la lega della Santa Alleanza dopo la caduta di Napoleone nel 1815.

Io ben la ricordo , poiché mi confezionò un camice in cui si vedeva l’arte e la finezza del suo lavoro. Si trasferì prima della seconda guerra in via Vetturini e la persi di vista.

Durante alcune ricorrenze, come quella del genetliaco dell’Imperatore, venivano esposte alle finestre dei funzionari statali le rituali bandiere giallo-nere e quelle bianco-azzurro della città su quelle  dei funzionari comunali, e, su quella al secondo piano della casa del panettiere Drašček pendeva una grande lunga bandiera tricolore, bianco-rosso –blù che arrivava quasi al suolo. Era fervente patriota la figlia del proprietario, maritata all’avvocato dott. Puc di Aidussina, il quale dopo la caduta dell’impero austro-ungarico, sarà nominato, dal serbo re Pietro della Jugoslavia, Bano di Lubiana. Morirà per un’infezione intestinale al suo ritorno dal campo di deportazione nel 1945,mentre lei sopravvisse fino ad alcuni anni fa nella sua residenza di Lubiana.

La bandiera arrivava fino alla finestra del piano terra, angolo Piazza del Corno, dove abitava un sottufficiale dell’ Infanterieregiment n.47 stiriano, di stanza a Gorizia dal 1895 nella caserma di Piazza Grande, nell’ex convento dei Gesuiti, purtroppo demolito e, nella cui area fu costruito lo stonato palazzo dell’INPS. Naturalmente il sottufficiale austriaco esponeva la bandiera giallo-nera. Qualche bandiera in qua e in là bianco-celeste, i colori della città-contea e degli irredentisti non potendo esporre quella tricolore.

Erano i segni della fine di un antico impero in via di disfacimento. L’unica forza ancora su cui si reggeva, era il suo esercito plurinazionale i cui componenti erano ligi agli ordini dell’Imperatore. Non si discuteva, era il dovere riassunto dal frasari militare : muss “ si deve. Muss per i tedeschi, per gli slavi, italiani, friulani, boemi, croati, bosniaci, herzegovesi, dalmati, galiziani, transilvani, romeni, per i cattolici  cristiani, protestanti, ortodossi, ebrei, mussulmani : il dovere ; Muss ! Così rispondeva l’ufficiale al subalterno, il sottufficiale al soldato, il soldato a se stesso. Non c’erano discussioni perché non era una parola vuota, ma era stata forgiata dalla disciplina con un senso di umanità e giustizia poiché i capi sottoposti alla stessa legge, pretendevano tutto e tutto davano alla truppa. Quella giustizia che dal capo militare era trasmessa all’amministrazione civile con tutte le conseguenze nella vita civile e familiare e nella moralità dei singoli individui.

Dall’estremo lembo dell’Austria nord-orientale fino al Friuli orientale aleggiava il trinomio “ Imperatore, Stato e Chiesa “. Era rappresentata quasi tutta l’Europa per razza e religioni. Nell’ospedale militare di Aidussina nel 1916-17 vi erano nove sacerdoti delle diverse credenze religiose. Era tutta l’Europa umana e religiosa. Un mondo scomparso. Come nelle favole, è mai esistito ? Sulla via del Corno poi, fra un’amicizia e una baruffa, la vita continuava tranquilla salvo qualche reciproca allusione nazionalistica, più per la lingua che per altri fini. Sulla scatola dei fiammiferi i colori bianco celeste con la scritta : La Lega Nazionale e si cantava : viva Dante gran  maestro dell’italica favella e la lingua è la più bella che si possa immaginar. La scatola degli sloveni la bandiera bianco-rosso-blù con la scritta : mal polosi dar domu na altar ( dona un piccolo obolo sull’altare della patria ). E noi bianco-rosso-blù per far la c…..sù , e loro : la bandiera di Gesù e bianco-rosso-verde, la bandiera delle tre m………e noi,la bandiera che non si perde……..et similia.

( continua )

Archivio e fonte

BSI- Coll. GRC GIOR 97 anno 1981

BPG- Coll. Raccolta articoli da giornali – busta 536

( 19 ) VOCE ISONTINA – N.52 – del 26  dicembre 1981

Gorizia segreta- Quando si ballava e si polemizzava
di Luigi Visintin

Alla sera poi usciva dalla caserma dell’I.R.47 di Piazza Grande, la banda militare preceduta e contornata da fanali a lume di candela per illuminare le partiture dei suonatori che suonavano leggendo le note dal libricino appeso agli strumenti. Naturalmente la “ mularia” e qualche patito accompagnavano la banda al canto assai in voga allora : “ la banda la vien, la banda militar, soldai, soldai porta i ferai, ferai porta i soldai”. In piazza Corno faceva dietro front e continuava per la via Carducci fino al portone della drogheria Mazzoli dove si fermava per suonare alcuni pezzi in onore del generale che ivi abitava. Sotto il portone c’era sempre una sentinella. Andava anche in via Leoni 43 dove abitava nel 1913 l’I.r. Generalmajor Carlo Scotti comandante della 56° brigata Gorizia il quale, come Feldmarschall, comandò il  XV  Corpo nella 12° battaglia dell’Isonzo o di Caporetto ( Gruppo Scotti fra i Gruppi Glt. Berrer ucciso a Udine e il FML Kosak ). L’altro generale abitante a Gorizia era Johann Feruengel ferito in Russia nel 1914, come mi riferì il furiere Marco Mondolfo dell’I.R.97 che lo vide nell’ospedale di Leopoli.

I pezzi forti più suonati erano la Marcia di Radetsky di Strauss e quella del 4° reggimento teutonico dei Hoch und Deutschmeister di Vienna, poi un pout-purì di canzonette triestine, in specie quella di Viva Trieste :       “ go dà una piada alla tavola, go rotto il bicier e la cicchera ma tu sei troppo piccola per far l’amor con me. Viva Trieste io t’amo sempre……..viva Trieste terra d’amor ecc. “ Canzoni e marce della storia.

La banda passava poi a suonare in via Arcivescovado 2 ,dove era la sede del principe arcivescovo Francesco Borgia Sedej, consigliere intimo di S.M. e i.r. cappellano aulico. Il complesso bandistico si esibiva tutti i pomeriggi di mercoledì, pomeriggio di vacanza in tutte le scuole, e le domeniche mattina in giardino pubblico.

                                                                                ******

Nell’ultimo periodo elettorale, prima del conflitto mondiale, imperando l’Austria, i partiti di Gorizia con a capo il partito liberale, si coalizzarono alleandosi con quello della minoranza tedesca per poter conservare la supremazia e la gestione dell’amministrazione comunale insidiata dalla presenza compatta degli sloveni. Vinse difatti la coalizione e, secondo i patti, due consiglieri di lingua tedesca entrarono in seno al consiglio comunale.

In quel tempo fu organizzata anche una festa popolare con ballo all’aperto in piazza della Ginnastica ( p. Cesare Battisti ) alla quale furono invitati i tedeschi. Questi arrivarono composti e silenziosi, more solito, marciando incolonnati lungo la via Giardino con la loro bandiera, nel fodero, in testa al corteo. Quando giunsero alla svolta di via Petrarca , all’altezza della casa degli sloveni, il “ Trgovski Dom “ , una marea di giovani uscì dal portone della suddetta casa, con i salcanesi più accesi in testa, gridando verso i tedeschi :    ” abbasso gli gnocchi “ epiteto che si dava in senso spregiativo ai tedeschi, anche da parte italiana, perché erano ghiotti di questi ( se molto zuccherati ) e ciò appunto in italiano per far loro credere che il grido di abbasso gli gnocchi venisse dall’elemento italiano con l’evidente scopo di intorpidire i rapporti di quel delicato momento elettorale.

La festa e il ballo ebbero luogo lo stesso , ma in un’atmosfera senza calore perché quel fatto aveva turbato, quasi una zuffa, influendo sul morale di tutti, in special modo sugli invitati che non s’aspettavano una simile accoglienza. Gli sloveni allora erano molto forti e avrebbero vinto senza l’apporto dei voti della minoranza etnica tedesca. La sarabanda continuò fin nelle strade lontane sotto altra forma, con inneggiamenti di Živjo, abbasso, e con canti allora in voga.

E perché si sentiva dire che tutto era slavo, Gorizia,Trieste e Pisino, allora fu composta, a proposito, una canzone satirica. Ho sentito dire che fu composta dall’avvocato Vinci : “ Gorizia per quattro caladi de Plava, Gorizia credeme, Gorizia xe sciava. Xe sciava Trieste, xe sciavo Pisin e Dante e Petrarca xe nati a Tolmin. Il re in Campidoglio coi suoi generi, il parla il più puro e il più dolce zakaj. L’Europa e la Cina xe sciave anche quelle, xe sciava la luna il sole e le stelle. Marameo cari burloni. Ritornè pur a Salcan , che a Gorizia benedetta tutto tutto  xe  italian “. Loro risposero : “ Marameo cari makaronè fusti stat naš Solkan, ( lascia stare ) da Gorica je slovenska in malo malo ( poco ) je talian “ . E poi sull’aria dell’inno nazionale polacco continuava : Po Gorici smo hodili , smo slovenskov mi gorovili ( per Gorizia abbiamo camminato e in sloveno abbiamo parlato ), Živjo Živjo naša krj je slovenska ( viva viva il nostro sangue è slavo ).

( continua )

lv19-1

Archivio e fonte

BSI- Coll. GRC GIOR 97 anno 1981

BPG- Coll. Raccolta articoli da giornali – busta 536

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...